Telecamere? Solo tre minuti, reporter in sciopero della fame

Patrizia Mancini
Ramzi, attivista e giornalista del sito Nawaat.org., è da 10 giorni in sciopero della fame perché il 21 maggio, nel tribunale militare di El Kef, gli hanno sequestrato due videocamere in base a una legge del 1969.
 
Durante le rivolte in Tunisia, Ramzi Bettaieb ha rilanciato il tweet sul rifiuto del generale Ammar di sparare sui manifestanti. Lo stesso Ramzi, attivista e giornalista del sito Nawaat.org., è da 10 giorni in sciopero della fame perché il 21 maggio, all’interno del tribunale militare di El Kef, gli hanno sequestrato due videocamere in base a una legge del 1969 che non permette al pubblico di assistere ai processi militari, né tantomeno ai giornalisti di girare filmati, se non di soli 3 minuti. A El Kef era in corso la decima seduta di un processo chiave in questa fase post-rivoluzione, quello contro il dittatore Zine El Abidine Ben Alì e alcuni alti funzionari del ministero degli interni, imputati per l’uccisione di 22 persone durante gli scontri a Thala e Kasserine.
Il 28 maggio 2012 Ramzi Bettaieb, che è sempre stato in prima linea contro Ben Alì pagando la sua militanza con tre anni di prigione, ha iniziato insieme al webmanager di Nawaat, Houssem Hajlaoui, uno sciopero della fame a oltranza per protestare contro l’arbitrio subito, ma soprattutto per richiamare l’attenzione su alcune delle questioni fondamentali per la costruzione di una autentica democrazia: la trasparenza dei processi militari e la libertà di stampa.
«Il sequestro delle videocamere è marginale, anche se è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso», dice Ramzi. «Esiste attualmente in Tunisia una completa omertà, una censura degna dei tempi della dittatura, sulla giustizia militare e sugli avvenimenti che hanno provocato la morte di tanti giovani nel periodo tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011. A volte mi sembra proprio di vivere l’atmosfera dei giorni che hanno preceduto le rivolte, sotto la stessa cappa di piombo. Stiamo tornando a una forma più soft di dittatura, specialmente per quanto riguarda la libertà di stampa…Nessuno dei media mainstream ha il coraggio o la volontà di parlare dei dubbi che aleggiano sul ruolo che una parte dell’esercito avrebbe avuto nella repressione delle rivolte, sull’identità dei cecchini che hanno sparato contro i civili, nessuno parla della censura nei tribunali militari. Per questo motivo ritengo che solo mettendomi in gioco in prima persona con lo sciopero della fame ci sia qualche possibilità di attirare l’attenzione su questo problema che ritengo cruciale nella Tunisia di oggi».
La Tunisia di oggi è stremata dalla crisi economica, che ha cause sia endemiche, sia legate alla crisi mondiale. È governata da una «troika» capeggiata dal partito islamico di Ennahda, che non è in grado di gestire la sicurezza dei cittadini né sembra poter rispondere alle richieste dei giovani scesi in piazza durante la rivoluzione. Negli ultimi mesi estremisti salafiti hanno attaccato artisti, giornalisti, intellettuali e insegnanti universitari, ma è probabile che si tratti di una strategia di diversione orchestrata da Ennahda per distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese – o per alzare il livello di scontro fra laici e credenti, il vecchio «divide et impera». Così come ben orchestrata appare l’appropriazione da parte governativa della gestione dei media nazionali, a partire dalla televisione El Watania. Il telegiornale serale di questa tv nei primi tempi non risparmiava critiche al governo, con servizi sui sit-in e interviste a personaggi critici nei confronti del governo. Ora, se riferisce di una lotta o di qualsiasi rivendicazione, c’è sempre l’ospite governativo, il portavoce di questo o quel ministero che ripete di «lasciarli lavorare».
Ramzi e Houssem sono al loro tredicesimo giorno di digiuno, ma a loro si sono uniti i blogger più militanti, da Aziz Ammami a Emine M’Tiraoui a Lina Ben Mhenni; il Partito Pirata tunisino ha lanciato una campagna di sostegno alle rivendicazioni di Nawaat che sono al cuore della questione democratica in Tunisia e giovedì c’è stata una manifestazione in piazza lanciata sui social networks.
Nel frattempo, una popolare trasmissione di El Watania ha invitato finalmente Ramzi Bettaieb, il quale ha denunciato apertamente l’omertà e la censura che incombono sui processi militari e la normalizzazione dei media, il silenzio della stampa sui feriti (uno di loro si è suicidato qualche giorno fa)e i martiri della rivoluzione. Qualcosa si muove: ma basterà a combattere il ritorno ai vecchi sistemi? E in Italia, qualcuno è ancora disponibile a sostenere la costruzione della democrazia in Tunisia?
Pubblicato su Il manifesto il 9/06/12