Egitto, il golpe «popolare» dei media italiani

Tommaso di Francesco 

Non c’è solo la vicenda del diktat del Consiglio supremo di difesa italiano al parlamento sugli F35 a richiamare un nostrano clima egiziano. C’è anche il modo con cui i media democratici e indipendenti stanno raccontando il golpe al Cairo. Dalle colonne del Corriere della sera al Tg3, fino a Rainews 24, è una gara a negare e nascondere che di colpo di stato militare si tratta. La spiegazione data è inquietante. Il colpo di stato dei militari egiziani guidati dal generale-ministro della difesa Al Sisi sarebbe infatti «popolare», perché applaudito da folle oceaniche giubilanti.

L’informazione libera e la sensibilità della sinistra si sono formate, fra l’altro, in questo paese proprio sulla denuncia dei tentativi di colpo di stato, dei vari «rumor di sciabole», di quella ingerenza violenta e stragista più volte tentata per sconvolgere l’assetto della democrazia costituzionale su mandato della “piazza” rumorosa o della maggioranza silenziosa di turno. Perché questa sensibilità ora dovrebbe ancora valere per l’Italia e non invece per un grande paese arabo come l’Egitto?

Visto che il presidente Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani, hanno vinto solo un anno fa democratiche elezioni alla fine convalidate, nonostante denunce di brogli, dagli osservatori internazionali e dalle Nazioni unite? Non è vero, come sostengono a Rainews 24, che per Morsi – alle prese fra l’altro con un dopo-Mubarak di miseria e di imposizioni del Fmi – si è trattato di «29 mesi di incapacità politica»: i mesi sono dodici.

Fermo restando il giudizio negativo per le sue gravi responsabilità, per esempio nell’incapacità di rappresentare le trasformazioni sociali in corso nella nuova Costituzione, ancorato com’è ad una visione islamo-centrica, Morsi è stato eletto il 30 giugno del 2012. E allora quanti golpe militari dovremmo augurarci in Italia, contro i governi fallimentari che si susseguono ad esecutivi coalizzati e nemmeno eletti, inconcludenti e per tempi perfino più ridotti? Vogliamo i colonnelli?

Ma il golpe in Egitto, sostiene Antonio Ferrari nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera, «è popolare». Era forse meno «popolare» quello in Cile del generale Augusto Pinochet dell’11 settembre 1973, quando assunse il potere, ben coordinato dalla Cia, per rispondere – sosteneva – «alle richieste del popolo», quella classe media che da mesi scendeva in piazza contro il governo di sinistra di Allende democraticamente eletto, con proteste oceaniche e rumorose di piazza, mentre i camionisti bloccavano il paese e i commercianti serravano i negozi impedendo gli approvvigionamenti, e i soldati si pronunciavano nelle caserme?

Forse in queste posizioni c’è qualcosa di più di una semplice adesione alla superficialità dominante nell’epoca del lettismo-berlusconismo. C’è, ed è grave, una piena complicità con il silenzio-assenso che sul golpe egiziano viene da Washington. Cioè da molto vicino, visto il rapporto subalterno padrone-servo che gli Stati uniti hanno assegnato all’esercito egiziano, sotto Mubarak, con Morsi e in questi giorni.

Mentre il golpe era in corso e le agenzie e i giornali di tutto il mondo titolavano semplicemente quello che era sotto gli occhi di tutti «colpo di stato militare in Egitto», dal Dipartimento di Stato Usa arrivava una specie di bofonchio da tre scimmiette che non vedono, non parlano, non sentono: «Non ci risulta…», è stata la frase lapidaria. Fino alle verità della dichiarazione illuminante di Obama di ieri: «…Si ripristini al più presto il processo democratico». Non pare di ricordare che la necessità dei colpi di stato militari facesse parte del Discorso del Cairo di Obama nel 2009.

Il fatto è che gli Stati uniti hanno da poco staccato l’assegno annuale di un miliardo e mezzo con cui sostengono l’esercito, il suo ruolo e le sue istituzioni; soldi ben spesi a quanto pare, che fanno dei militari la vera realtà sociale garantita in Egitto, uno stato nello stato che «se si muove – dice lo scrittore Aswani – lo fa solo per difendere i propri interessi». Un ruolo che è inevitabilmente destinato a confliggere con gli interessi dei settori laici, dei ribelli e dello stesso El Baradei che ora plaudono. Anche grazie a questo controllo, gli Stati uniti hanno condizionato la presidenza Morsi, impegnandola nella continuità dei trattati di pace con Israele, vale a dire sacralizzando lo status quo del dominante a scapito dei palestinesi dominati, e inoltre impegnando Il Cairo, a fianco dell’Arabia saudita e del Qatar, in una politica di pericoloso sostegno del jihad sunnita anti-Assad in Siria. Tra le colpe di Morsi c’è anche l’avere accettato questo condizionamento.

Ultima considerazione, come ricordava Gian Paolo Calchi Novati: è già accaduto che ad una affermazione elettorale dell’islamismo politico si sia risposto con un golpe militare o con il violento boicottaggio internazionale, nel 1992 con la vittoria del Fis in Algeria e nel 2006 con quella di Hamas in tutta la Palestina (non solo a Gaza, anche in Cisgiordania). Il risultato di questi interventi ha sconvolto il Medio Oriente e il mondo, allargando le ferite delle sue crisi.

*Editoriale pubblicato il 5 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto