La transizione in Tunisia – un'intervista a Choukri Hmed Maître de conférences en science politique presso Université Paris-Dauphine

 

Tunisia in Red: Vorremmo cominciare con una domanda sulla memoria, partendo dalla constatazione che  il mito di Mohamed Bouazizi é sparito. Era un mito interessante: un uomo umile, senza potere, un suicida, il contrario di un eroe. Durante i festeggiamenti per il  terzo anniversario della rivoluzione, lo scorso gennaio, non è stata esposta alcuna foto di Bouazizi. Cosa vuol dire? Forse che  i miti “nazionali” lasciano posto ai “miti partigiani”, come quello di  Chokri Belaid (che avrebbe potuto incarnare realmente un” mito nazionale”,  ma il cui capitale politico, secondo noi, è stato sprecato dalla sinistra). In breve, in che modo la Tunisia sta costruendo la memoria della rivoluzione?

Choukri Hmed: E’ una domanda centrale a cui non è semplice rispondere. Ogni rivoluzione si costruisce nel tempo e nella pratica, con gruppo sociali e settori diversi, con differenti modalità di azione quali le manifestazioni, i sit-in oppure con la violenza. E si costruisce anche attraverso il discorso pubblico che, come tale, deve avere accesso a una qualche forma di pubblicità. Sappiamo che in Tunisia questo discorso pubblico è scisso in due: da una parte troviamo il discorso mediatico che evidentemente non è allineato, ma che viene portato avanti comunque da media non ancora riformati. Infatti, sono ancora troppo pochi i media alternativi che hanno impatto e potere sufficiente a imporre altri modi di vedere le cose, con l’eccezione di siti come Nawaat.org. Dall’altra parte, vi sono invece i media e le reti sociali che veicolano in questo discorso pubblico tutte le notizie false e le dicerie.
Inoltre, il discorso sulla rivoluzione è un discorso su se stessi che ci interroga su chi siamo noi tunisini. Una domanda che non possiamo evitare di porci. E’ vero, come affermano alcuni, che la questione identitaria è complementare e che nasconde la vera problematica sociale. Ma è vero altresì che si tratta di un nodo fondamentale poiché la rivoluzione è stata un momento in cui non si potevano più fare le cose come si facevano prima. La routine è morta e ci si interroga sulla propria identità, ci si chiede se siamo arabi, berberi, musulmani, laici, che tipo di uomini e donne e soprattutto chi ci rappresenterà. Di conseguenza nasce il problema fondamentale di quale narrazione verrà fatta della rivoluzione, dunque della sua memoria, problema interno che riguarda i tunisini, ma anche chi osserva il paese dall’esterno. Sappiamo che la Tunisia è ancora, a tre anni dalla rivoluzione, sotto i riflettori, che in questi tre anni è stato il paese capofila di quella che viene chiamata la primavera araba. Tutti la scrutano e cercano d’incollare delle etichette al paese e alla sua rivoluzione. Fin dall’inizio i media occidentali, ma anche quelli tunisini, hanno cercato di propagandarla come “rivoluzione dei gelsomini”. E di fronte a questa “rivoluzione dei gelsomini”, Mohamed Bouazizi rappresenta l’antitesi totale perché non è affatto quella figura mediatica che potrebbe simbolizzare la Tunisia moderna, aperta verso l’esterno e poliglotta. No, la rivoluzione è cominciata di fatto a Sidi Bouzid con un giovane che non era diplomato, un giovane che faceva parte di un clan di bassa estrazione sociale e la famiglia Bouazizi non faceva neppure parte di una tribù locale. L’identificazione inizialmente ha funzionato dato che il giovane era stato presentato come un diplomato disoccupato che aveva subito almeno due umiliazioni: una da parte dello stato e l’altra, quella dello schiaffo che gli avrebbe dato una donna (1 )con le implicazioni simboliche che quest’ultima azione portava in sé, cioè quelle di un onore maschile sbeffeggiato. Se inizialmente l’identificazione ha funzionato, in seguito è stata rapidamente cancellata per diverse ragioni, ma principalmente perché è difficile identificarsi con un “eroe” che ha rivolto la violenza contro se stesso, che si è autodistrutto. E’ complicato rendere popolare una figura di questo tipo, anche se il suo nome è stato dato, pudicamente, ad alcune strade secondarie e in maniera piuttosto ironica al Centro grandi ustionati di Ben Arous che ufficialmente conserva il suo nome originario, ma che tutti chiamano Mohamed Bouazizi. Successivamente, nella stessa Sidi Bouzid e a livello nazionale altre figure hanno cancellato questa memoria poiché socialmente non è una figura di cui le elites economiche, culturali o mediatiche possono appropriarsi o propagandare all’estero.

Tunisia in Red: nell’agosto 2013 e più tardi, a ottobre,  sembrava che la Tunisia potesse  fare la stessa fine dell’Egitto, Chi e perché ha giocato la carta del colpo di Stato e invece  cosa o chi l’ha evitato? Qual’ è la differenza fra i due paesi, il cui percorso sembrava  così simile?

Choukri Hmed:E’ vero che la situazione tunisina e quella egiziana sono alla stesso tempo simili e molto diverse. Come si è detto di recente, la Tunisia  per molte ragioni ha scelto di adottare la via dell’elezione di una Assemblea Costituente, una scelta pericolosa e difficile che non è stata il prodotto di alcun complotto, ma al contrario concretizzatasi in alcuni momenti eccezionali della storia che sono stati quelli della contestazione del primo governo provvisorio, le manifestazioni della Kasbah 1 e della Kasbah 2. Questa parte della storia tende a essere un rimossa dalla memoria collettiva e infatti sono pochi i miei colleghi e  i dottorandi che fanno ricerca su questa fase, mentre io credo siano stati  momenti cruciali in cui si sono tessuti  collegamenti  fra i diversi gruppi politici e sociali, fra i diversi militanti, attivisti, sindacalisti e politici  che sono giunti a un accordo, in un modo quasi  involontario, sulla scelta dell’Assemblea Costituente. Parlo di questo perché proprio dopo l’assassinio di Chokri Belaid c’è stata una prima crisi politica, come tutti sanno, e il governo della Troika ( 2 ) è stato accusato di complicità. E ancora oggi  la  Ligue des Droits de L’Homme chiede che all’ex primo ministro Ali Laärayed e al  ministro degli Interni  Lofti Ben Jeddou, sia  impedito di lasciare il territorio tunisino. Un’ accusa di complicità rinnovatasi all’indomani dell’assassinio di Mohamed Brahmi, il 25 luglio 2013. E’ stato il momento in cui tutta la classe politica non governativa ha manifestato dicendo: “Vedete, ci vogliono morti, ci vogliono sopprimere. E la colpa è dell’Assemblea Costituente che non ha tenuto fede alla parola data, che ha oltrepassato il mandato di un anno che le era stato dato, che fa solo errori, che non sa prendere decisioni. I deputati non sono adatti a prendere decisioni perché sono incompetenti e il governo e tutte le istanze che derivano dall’Assemblea sono illegittime.” A sostenere questa posizione  sono stati dei gruppi che si sono riconosciuti attorno ad una stessa piattaforma e, certamente, attorno a figure del vecchio regime, a quadri vicini a Caïd Essebsi e Taieb El Baccouche, personaggi  ben conosciuti come sostenitori   del ritorno al progetto bourghibista. E poi si sono aggiunti anche  alcuni gruppi della sinistra. La sinistra che si dice modernista, progressista, che ha trovato, come dirà Hamma Hammami (3), un terreno di intesa con Nida Tounes per dire che bisognava assolutamente sciogliere l’Assemblea Costituente “perché siamo noi ad essere sotto mira in quanto eroi della rivoluzione e veri rappresentanti del popolo. Noi siamo gli autentici portavoce dell’autentica Tunisia. E quello che è successo con le lezioni del 23 ottobre 2011 è stato un errore del popolo tunisino, di quella parte del popolo che s’è fatto trascinare perché  ignorante, sensibile alla tradizione, arruolato nelle file degli islamisti e sostenuto anche dai partiti laici del CPR e di Ettakatol, anche se non capiamo bene perché.”Ora io credo sinceramente che questa sinistra sia antidemocratica,  che non creda veramente nel progetto democratico. Al contrario, è in nome della democrazia che incita a stroncare il processo democratico e si propone di sostituire la legittimità elettorale con una presunta legittimità storica che potrebbe essere quella bourghibista o qualunque altra, di cui però non si conosce il nome. Invece è proprio questa la differenza fra Egitto e Tunisia, l’Assemblea  Costituente. E anche il fatto che, contrariamente a quanto è accaduto in Egitto, gli islamisti tunisini hanno  compreso, in qualche modo,  di essere arrivati troppo presto al potere. E poi in Tunisia, a differenza dell’Egitto, ci sono state esperienze come quella del 18 ottobre 2005 (4 ),  ci sono stati  individui e gruppi che hanno tessuto legami fra le diverse parti politiche. Infine, la cultura del compromesso (che di per sé non è una vera cultura) ha prevalso, dopo l’avvio di tentativi di mediazione molto pericolosi e complicati  sotto pressione interna e internazionale.

 

Tunisia in Red: una domanda su Ennahda, sulle sue divisioni interne e la sua politica. Qual’è il vero rapporto fra il partito islamista e l’Europa? E’ sostenuto dai paesi occidentali? Dopo il colpo di stato egiziano, Ennahda ha cambiato le proprie posizioni?Vuole veramente costruire una democrazia oppure il suo scopo reale è quello di creare un clima favorevole per l’economia e gli affari?

Choukri Hmed: Direi che fra tutti i partiti che attualmente compongono la scena tunisina, Ennahda, purtroppo per i suoi detrattori e oppositori, è un partito molto organizzato, molto gerarchizzato, strutturato e  disciplinato che lascia poco trasparire le proprie divisioni interne   Tuttavia queste ultime  a volte si intravedono, in particolare quelle fra una frangia radicale alla Habib Ellouze e una più moderata sullo stile di Abdelfattah Mourou  o Samir Dilou (5).  E poi vi sono uomini di Stato che sono riusciti a costruirsi delle competenze , ad esempio Ali Laârayed, a mio parere, è riuscito  perfettamente a  rivestire il ruolo di primo ministro evitando, in tutti i suoi discorsi, qualunque connotazione ideologica. In generale, nei  discorsi ufficiali dei membri  del partito, i riferimenti all’islam sono minimi  Un fatto che può apparire  bizzarro. In realtà,  essi si rendono conto che non lo possono fare perché non si tratterebbe di un valore aggiunto, di una risorsa in grado di dare legittimità al loro discorso. E allora i loro detrattori dicono “ Sì, è vero, parlano in questo modo nei loro discorsi ufficiali, ma sul terreno, nelle moschee e nei meetings  il loro linguaggio cambia e parlano di califfato” In realtà il loro programma è un non-programma. L’islamizzazione della società tunisina è già compiuta, già esiste e direi che non hanno granché da aggiungervi. Nello stesso tempo Ennahda è un partito che ha legami con l’Unione Europea. Legami tessuti grazie ai quadri del partito, di cui una buona parte viene dalla Gran Bretagna, molti si sono formati nei paesi occidentali, parlano perfettamente l’inglese e il francese, anche se, per ragioni ideologiche, non vogliono utilizzare quest’ultima lingua. Questi legami durano a tutt’oggi e i paesi occidentali, la Francia in primo luogo, sostengono Ennahda perché, nonostante tutto, questo partito è garante di una certa stabilità e della protezione di un discreto  numero di interessi dell’Unione Europea, ad esempio per quanto riguarda gli accordi commerciali e sull’emigrazione. Su quest’ultima questione abbiamo a che fare con una vera gestione catastrofica perché condotta nel segno della continuità con le politiche precedenti, non è cambiato nulla per quanto riguarda la rivendicazione della dignità! Ma qualcuno dirà che un governo che in due anni ha dovuto gestire gli affari correnti non poteva fare grandi riforme. Penso che anche non fare riforme sia una riforma, non fare nulla  o lasciare fare è una scelta precisa.  In termini di codice di investimento, di accordi con l’Unione Europea, di accordi commerciali, di gestione dell’emigrazione e di politica internazionale vi è stata una continuità ben visibile che non ha mostrato alcuna differenza da altri partiti. E’ chiaramente un partito neo-liberale, seguace convinto del credo del libero mercato, del mercato liberato, del consumo fine a se stesso e degli investimenti come motori principali dell’economia. E come gli altri, non ha proposto alcun rinnovamento del modello economico tunisino e si pone  nella continuità delle politiche precedenti.  E poi il turismo! Ricordiamoci del primo discorso di Rached Ghannouchi (6)  dal  tenore elettoralistico e politico, fu in un albergo di Hammamet nel 2011, fu qui che lui stesso, che è il loro capo, disse che Ennahda era dalla parte dei turisti e di quel modello di turismo, una vera manna per il paese! Di quale modello parliamo?Lo conosciamo bene, un  modello che, in primo luogo, è riproduttore di disoccupazione e non corrisponde in nessun modo alle caratteristiche dei giovani diplomati o della struttura sociale tunisina e che, in secondo luogo,  è riproduttore di sostanziali ineguaglianze.  La gestione del turismo è in mano ai tour operators e tutti continuano ancora adesso a magnificarne l’impatto economico, ad affermare che il ritorno dei turisti, il fatto di vederli per le strade del nostro paese, sia un segno del buon andamento della Tunisia. Sono pochi coloro i quali s’interrogano su questa assurdità, quando invece sappiamo bene come questo modello di turismo rappresenti una grossa perdita per la Tunisia in termini economici, ecologici e allo stesso tempo politici e culturali. Siamo di fronte a un disastro, ma nessuno sembra preoccuparsene, ad eccezione di qualche gruppo ristretto, ma di sicuro non Ennahda.

 

Tunisia in Red: per quanto riguarda invece l’opposizione, in particolare il Fronte Popolare, credi che abbia commesso un errore fondamentale alleandosi con Nidaa Tounes ?

Choukri Hmed:Il problema del destino delle idee della sinistra  e del posto che essa potrebbe occupare in questo paese è importante. Quando dico sinistra, intendo la sinistra radicale che è rimasta fedele a degli ideali come quello della democrazia sociale e non della socialdemocrazia. E per democrazia sociale intendo, in altre parole, la realizzazione della eguaglianza delle condizioni come intesa da Toqueville, ma anche dell’eguaglianza delle chances e delle posizioni degli individui. Esiste forse un progetto in questo senso portato avanti dai gruppi che ho citato?Sfortunatamente no, io almeno non ne vedo. Tutti i progetti portati avanti dalle differenti componenti  del Fronte Popolare, siano esse quelle dell’estrema sinistra di tradizione comunista e stalinista o  quelle del nazionalismo arabo stile Watad , appaiono invalidati. Con ciò intendo dire che  l’unica autorevolezza  che appare avere il loro progetto riguarda la legittimità dei riferimenti: il loro progetto comune di universalità, ad esempio, oppure il progetto che rivoluzionò il mondo arabo negli anni 60/70, per i nazionalisti arabi. Un altro loro difetto è  la pretesa di essere i rappresentanti autentici dei veri militanti.   E qui si entra nell’ambito della cultura della “vittimologia” che del resto è condivisa, a destra, da Ennahada ed è in parte comprensibile. Inoltre, secondo me, alcuni punti di intesa che sono stati trovati fra Nida Tounes e il Fronte Popolare hanno contribuito ulteriormente a confondere le carte in tavola e  porteranno nuovamente la sinistra a subire  una sconfitta  alla prossima tornata elettorale. Perché ancora non hanno capito i loro errori,  perché si tratta di organizzazioni e individui poco propensi all’autocritica. Ad esempio, all’indomani delle elezioni dell’ottobre 2011, non ho letto niente a proposito di una eventuale autocritica su errori nel programma, nel tipo di campagna portata avanti, nei discorsi fatti. Niente. Accusano gli altri di non riconoscere i loro errori, ma loro fanno lo stesso, eppure non sono certo le occasioni che gli sono mancate! Quindi nessuna autocritica, programmi pietrificati, decantati, imbalsamati come  il collettivismo che, secondo me , appare fuori dalla realtà del 2014,  in un mondo aperto e in economia aperta come quella tunisina oppure il panarabismo che, nei termini in cui viene espresso, non ha nulla di rivoluzionario e in più ha mostrato i suoi misfatti . Eppure ci sarebbe da pensare alla questione economica, alla  questione dei legami  fra paesi arabi, e alla rifondazione politica di questi ultimi, alle condizioni del sostegno alla rivoluzione siriana,  o guerra civile come la si intenda, o all’Egitto. Invece si sono rallegrati del colpo di stato in Egitto arrivando a dire che sarebbe stato  necessario anche in Tunisia. E anche sui rapporti economici  fra paesi arabi non hanno avviato alcuna riflessione. Questo atteggiamento ha avuto come unico risultato di aver fatto passare in secondo piano le richieste di giustizia sociale, di giustizia rivoluzionaria e transizionale che, a loro avviso,  si potranno affrontare più tardi,  al momento la cosa più importante per loro sembra essere fare accordi con Nida Tounes che ritengono essere l’unica garanzia. Ciò dimostra una visione di corto respiro, assolutamente deprimente.  Invece Nida Tunes è un partito egemonico, malgrado le fratture interne non gestite altrettanto bene come Ennahda. Immaginiamo cosa potrebbe fare del Fronte Popolare.  Siamo dunque  di fronte a un doppio errore strategico della sinistra radicale e finora non riesco a intravedere per loro una maniera per uscire da questo impasse né tanto meno un vero discorso alternativo.
 

Tunisia in Red: Chi detiene il vero potere al Ministero degli Interni?

Choukri Hmed: Sfortunatamente non sono in grado di rispondere adeguatamente a questa domanda, mancandomi dati sulle azioni  del Ministero, a parte le banalità che tutti conosciamo. Effettivamente questo ministero non è stato assolutamente riformato, ma neppure quello della giustizia. Ciò è il risultato di transazioni collusive fra i diversi gruppi che si sono ricostituiti all’indomani del 14 gennaio 2011. iste una sorta di accordo sotterraneo per cui  ciascuno lascia in pace l’altro, il governo non riforma i ministeri e i ministeri non intralciano il lavoro del governo, è evidente che ci sono stati degli accomodamenti in questo senso. Lo vediamo tutte le settimane nei vari “affaires” che dimostrano come questo settori non siano stati per nulla riformato.
 

Tunisia in Red : la legge sulla giustizia transizionale verrà approvata?

 
Choukri Hmed: la legge sulla giustizia transizionale rappresenta, secondo, un sintomo di questa generale ipocrisia, ma anche della irresponsabilità politica da parte dell’ élite politica, al potere come all’opposizione. Invece di farne una causa nazionale in grado di raccogliere  il massimo consenso, le diverse parti politiche in realtà hanno strumentalizzato questa legge. Gli islamisti non sono riusciti a fare una buona comunicazione su questo argomento, a mio avviso, fondamentale, mentre Nidaa Tounes e i suoi alleati ne hanno approfittato per denunciarne il contenuto che risarcirebbe soltanto i partigiani di Ennahda. Da entrambe le parti sono stati usati i peggiori argomenti, il che non è stato utile né per la causa dei  i martiri e dei feriti della rivoluzione, né per la causa della giustizia  stessa a cui tutto il paese ha diritto, poiché senza giustizia o, in altre parole, senza processi sistematici e imparziali di tutti i responsabili dei soprusi commessi durante il regime autoritario, in poche parole senza contabilizzazione e riparazione di tutti i crimini commessi, non potrà esserci la salutare costruzione di uno Stato imparziale e sovrano. Temo che l’emissione di  un assegno in bianco e  una “ricevuta a saldo di tutto” che non stabilisca chiaramente e con forza le responsabilità degli uni e degli altri in seno al partito-stato, in particolare nell’RCD, e che non reintegri i diritti degli uni e degli altri, sarebbe la cosa peggiore che possa capitare alla Tunisia e alla sua” transizione democratica”. Il grande senso civico dei tunisini dopo il 14 gennaio 2011  ha certamente evitato il ricorso alla violenza  privata, alla vendetta e alle rappresaglie, quando avrebbero potuto benissimo farlo, in particolare contro i torturatori  che nei quartieri tutti conoscevano e riconoscevano. Tutta la rete degli “indics”, delle spie   che permetteva al regime di esistere e di riprodursi, è svanita come per magia, senza che coloro i quali la tenevano in vita s’allarmassero più di tanto dopo il 14 gennaio 2011. L’assenza di vendetta è la riprova , a mio parere, di un vero senso dello Stato e non ha niente  a che vedere con la cosiddetta cultura “pacifica” o “consensuale” dei tunisini. Questa società è una società organizzata e fondata su istituzioni che non sono apparse nel 1956 né tanto meno nel 1987. Se è vero che queste istituzioni non sono riuscite a svolgere pienamente le loro funzioni e in parte sono state deviate, è altrettanto vero che sono riuscite a radicare questo “senso dello stato” nei tunisini. Ciò detto, questo senso civico dei cittadini , questo concetto elevato che pone l’interesse generale davanti a quello privato non dovrà essere beffato da queste stesse istituzioni e dai loro dirigenti. Istituzioni  ancora affollate di individui che, fino a poco tempo fa, rendevano i loro servizi a un potere sanguinario, mafioso e violento legittimato da testi giuridici svuotati di senso per poterli utilizzare nell’applicazione di leggi inique. Le “vestigia” giuridiche sono ancora presenti e, con loro, gli agenti pronti a metterle all’opera. Il codice penale fa parte di queste vestigia di cui occorre sbarazzarsi rapidamente, ma senza dilettantismo come purtroppo succede spesso quando si trattano i dossier in questo campo. Quello della “giustizia transizionale” che preferirei chiamare “giustizia rivoluzionaria”, se non fosse per la connotazione “alla robespierre” legata a questo aggettivo, è troppo pesante perché  possa essere trattato con disinvoltura politica o affidato esclusivamente agli specialisti in materia. Non è soltanto ai giudici o agli avvocati o ad altri professionisti del diritto che spetta rivoluzionare la giustizia, ma a tutti i cittadini di questo paese che ormai hanno voce in capitolo e ai loro rappresentanti politici legalmente eletti. E da questo punto di vista mi sembra sia necessario avviare un dibattito pubblico sulla questione dell'”attentato al sacro” che non sia semplicemente l’occasione per gli estremisti di ogni tipo di confiscare la parola (l’estremismo islamista e salafita essendo a questo proposito l’equivalente strutturale  dell’estremismo anti-religioso ed sradicatore) e di imporre il loro punto di vista. I tunisini hanno bisogno di un discorso ragionato e ragionevole iscritto nelle realtà sociali e culturali che conoscono e che quindi non costituisca un’importazione pura e semplice di modelli prefabbricati e pronti all’uso, sia che siano arabo-musulmani o illuminati.
 
 

 Tunisia in Red: L’approvazione della  costituzione è stato un passo  importante, anche sul piano simbolico perché -come dicevi nel tuo ultimo articolo-  ciò dimostra che democrazia e mondo arabo non sono incompatibili. Come tu stesso sottolineavi,  la maggior parte della popolazione  non ha preso parte  ai dibattiti svoltisi in seno all’ Assemblea Costituente e tuttora  quella sociale rimane una questione aperta.  Finora le classi sociali più deboli e le regioni più svantaggiate del paese non hanno ottenuto nulla dal processo rivoluzionario. Che via deve seguire la Tunisia per ottenere pià giustizia ed equità sociale,  in un momento di crisi economica  mondiale che comporta, persino nei paesi ricchi, la  perdita di diritti democratici?La povertà, la disoccupazione e la marginalizzazione di alcune regioni costituiscono fattori di rischio per il processo in corso?Inoltre, a gennaio Tahar ben Jelloun   in suo articolo definiva la costituzione “rivoluzionaria”, approvata soprattutto grazie ai laici, contro gli islamisti. Secondo noi, tale affermazione è errata in quanto non si tratta di una costituzione “rivoluzionaria”, né tanto meno laica dal momento che è stata votata da una assemblea composta in maggioranza da Ennahda

 
Choukri Hmed: l’adozione della Costituzione ha rappresentato, non dobbiamo aver paura di dirlo, un momento di eccezionale intensità per l’insieme dei tunisini. Penso che non di debba sottovalutare l’importanza di questa realizzazione che dissolve non solo la vulgata  corrente  dell’incompatibilità arabi-democrazia,  ma anche l’idea molto tunisina e post-coloniale che “gli arabi non riusciranno mai a combinare nulla né tanto meno a eguagliare i loro ex-colonizzatori. D’altro canto non bisogna neppure sopravvalutarla, ossia prenderla per qualcosa che non è.
Da un lato, contro tutte le aspettative, il testo supremo è arrivato a essere votato nel momento stesso in cui una buona parte di coloro i quali oggi se ne attribuiscono il merito e le virtù, chiedevano – con tutta la violenza e la veemenza che li caratterizzano – la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale Costituente. Occorre non dimenticarsi di ciò. Del resto, io stesso assieme a Héla Yousfi avevo scritto un testo ( 7)che  difendeva la legalità e la legittimità dell’unica istituzione che ci  rimaneva,  nel caos più totale e di fronte al rischio di una guerra civile, cioè l’Assemblea Nazionale Costituente. E’ un eufemismo dire che questo scritto sia stato male accolto da tutta una parte di quelli che occupavano il Bardo e con i quali, tuttavia, condividiamo le preoccupazioni riguardo all’incuria del governo della Troika . Da  questo punto di vista è necessario tener conto nella giusta misura del cammino percorso anche in rapporto con tutti gli altri paesi della regione che mostra ancora una volta la non prevedibilità delle convulsioni storiche.
D’altro canto, occorre evitare di idolatrare questo testo o di definirlo, come fanno alcuni, “la costituzione – più bella e più democratica-del-mondo arabo”, come ormai vuole la vulgata consacrata. L’articolo di Ben Jelloun rappresenta a questo proposito un vero florilegio. Solo una non conoscenza della realtà tunisina e delle analisi costituzionaliste può far pensare che tutto sarà risolto con questo testo che  lascia indefiniti  un gran numero di dispositivi e meccanismi che dovranno essere valutati dai attori politici e dalla futura Corte Costituzionale e che inoltre, nonostante gli avanzamenti nel campo dei diritti e delle libertà, rimane un testo appena balbettante in termini di welfare e di sicurezza sociale.(8). Questo punto a me pare fondamentale, mentre non è oggetto di alcun dibattito pubblico da parte della classe politica. Mentre le rivoluzioni sono dei momenti di inedita accelerazione della storia, a me sembra che la più parte dei nostri dirigenti e rappresentanti, di tutte le parti, facciano fatica a capirlo. Pensano  all’integrazione delle masse in politica esclusivamente dal punto di vista elettoralistico: si tratta della volgare – pur necessaria- “caccia al voto”. Invece  tale integrazione  pone grandi questioni centrali per la  democrazia, sia  essa sociale o politica: come integrare gli esclusi interni,  quelli che vivono in alcune regioni del paese, ma anche a Tunisi, nel suo cuore geografico, ma non in quello politico ed economico?E’ senza dubbio un soggetto spinoso che solleva  questioni fondamentali in termini di contratto sociale e d’ integrazione economica, politica e culturale. Tanto più che la società tunisina è, come tutte le società,  spaccata, gerarchizzata e divisa in classi sociali. Il primo episodio rivoluzionario, ma soprattutto il modo in cui è stato raccontato da diversi saggisti e giornalisti tunisini e occidentali, ha dato l’impressione che ci fosse un intero popolo unito, senza ideologie e senza leader, contro il dittatore. Si è troppo presto dimenticato che gli interessi dei gruppi sociali rimangono divergenti e antagonisti, anche e forse soprattutto durante una rivoluzione, com’è testimoniato oggi dalle differenti diagnosi  sui benefici ricavati da questa stessa  rivoluzione: tra quelli che criticano la Troika (anche quando ha lasciato i potere in maniera pacifica), quelli che la incensano (anche quando è responsabile di soprusi e errori politici), quelli che rimpiangono l’era di Ben Alì, quella di Bourghiba, quelli che sostengono la centrale sindacale dell’UGTT, quelli che ne hanno orrore, quelli che scommettono sulla centrale padronale dell’UTICA o sulla Lega per la protezione della rivoluzione, quelli che pensano che tutto è perduto o che non è successo assolutamente niente e quelli che restano totalmente indifferenti alla realtà politica…Tutti questi gruppi eterogenei non si distribuiscono casualmente a livello sociale, costituiscono la Tunisia odierna affrontandosi, ciascuno con mezzi e risorse diversi, nello spazio pubblico e in quello politico. E’ dalla vitalità di questi confronti che nascerà, come spero, una nuova Tunisia più aperta e meno segregante, per i suoi. Ciò può apparire ingenuo. Tuttavia mi sembra che senza un potente garante, nello specifico lo Stato, che definisca le regole del gioco , senza che  queste regole  vengano stabilite in maniera pacifica e giusta fra tutti i protagonisti e  assicurino  anche l’eguaglianza delle condizioni fra gli individui, come direbbe Tocqueville, non si può sperare che una Costituzione – ed elezioni legislative e presidenziali-  per quanto democratica possa rappresentare la soluzione a tutti i mali della società. 
Note:
1) Si tratta della poliziotta Faida Hamdi che avrebbe schiaffeggiato in pubblico Mohamed Bouazizi.
2) Il governo che è stato in carica fino al  gennaio 2014, detto della “Troika” perché formato dall’alleanza fra tre partiti, il partito islamista Ennahda,  il partito del Congrés de la Republique, di centro-sinistra  e ” Ettakatol”, partito d’ispirazione socialdemocratica.
3) Hamma Ammami, segretario del  Partito dei lavoratori (“Parti  des travailleurs, sinistra comunista e radicale), portavoce dell’alleanza fra associazioni e  partiti di sinistra e nazionalisti  denominata ” Fronte Populaire” (الجبهة الشعبية). Il 26 luglio 2013, a seguito dell’assassinio di uno dei loro leader  il Front Populaire si associa ad altre realtà politiche dell’opposizione alla Troika (fra cui il partito di centro e  liberista Nida Tounes) costituendo insieme a loro il “Front de salut national”  
4) Il 18 ottobre 2005, alla vigilia del SMSI (Sommet Mondial de la Société de l’Information) un insieme di personalità politiche molto diverse fra loro (comunisti, islamisti, laici, nazionalisti) fra cui  Samir Dilou di Ennahda, Mohamed Abbou del Congrés pour la Republique e  Hamma Ammami, inizia uno sciopero della fame per protestare contro il regime di Ben Alì, rivendicando libertà d’espressione e di associazione e chiedendo l’amnistia per i detenuti politici.
5) Habib Ellouze, deputato  dell’Assemblea Nazionale Costituente e  rappresentante dell’ala più conservatrice e meno aperta al dialogo con gli avversari, famoso per i suoi attacchi verbali contro i miscredenti. Abdelfattah Mourou, fra i fondatori di Ennahda più concilianti e apertamente contro la violenza. Samir Dilou, ex ministro  (Diritti Umani e giustizia transizionale)  del governo della Troika, anch’egli fautore del dialogo e islamista moderato.
6)Rached Ghannouchi è il presidente del partito islamico Ennahda. Rientrato dall’esilio londinese in cui si trovava dai primi anni ’90, non si presenterà alle elezioni,  né si proporrà per la presidenza della Repubblica, reputando più importante ricostituire l’organizzazione del movimento. 
INTERVISTA A CURA DELLA REDAZIONE DI TUNISIA IN RED
Traduzione dal francese di Patrizia Mancini