Dopo la manifestazione del 12 settembre: quale futuro per la proposta di amnistia economica e finanziaria?

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Giovani del movimento mannich_msamah (io non perdono) Foto: Hamadi Zribi

Patrizia Mancini

Migliaia di persone hanno manifestato pacificamente sabato 12 settembre in tutta la Tunisia contro il progetto di legge per la riconciliazione economica e finanziaria, nonostante fosse in vigore lo stato di emergenza che il governo aveva dichiarato lo scorso giugno, a seguito dell’attentato di Sousse (1) e nonostante il Ministro degli Interni avesse avvertito del pericolo di “infiltrazioni terroriste” nelle manifestazioni.

Nella capitale i partiti dell’opposizione hanno sfilato  in aggregazioni bizzarre e separate le une dalle altre: uno spezzone era formato dal Fronte Popolare, alleanza di partiti di sinistra e nazionalisti arabi, decisamente per il completo ritiro del progetto di legge e da Al-Massar, di centro-sinistra, che invece chiede solo miglioramenti e emendamenti al testo. L’altro spezzone era composto dagli altri partiti che rigettano in toto la proposta presidenziale, principalmente il Congrés pour la Republique, Ettakattol e Al Jomhouri con i quali il Fronte aveva rifiutato di unirsi (2).

Il partito islamico Ennahdha, in coalizione governativa con Nidaa Tounes, si era già espresso a favore del progetto di Essebsi, il che non ha mancato di creare grosse contraddizioni al suo interno.

Ma il vero motore di questa mobilitazione dell’opposizione, azzittita da mesi in nome di della unità nazionale contro il terrorismo, sono stati ancora una volta i giovani.

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12 settembre 2015: mannich_msamah Foto : Hamadi Zribi

Infatti è stato il movimento “manich msamah(Io non perdono”) che ha lanciato la propria campagna contro la “legge dell’impunità” già a fine agosto, animando per una decina giorni manifestazioni in diverse parti del paese, brutalmente represse dalla polizia che non ha esitato a caricare i manifestanti e a lanciare gas lacrimogeni per disperderli. Nato dall’iniziativa di alcuni indipendenti fra cui il blogger Azyz Amami, l’attivista Samar Tlili e l’avvocato Charfeddine Elkellil (che in passato si è occupato dei processi per le vittime e i feriti della rivoluzione), da Tunisi la campagna ha rapidamente preso vigore, spingendo a un acceso dibattito i partiti dell’opposizione.

Lo spezzone del movimento si è mosso ben distinto dai partiti, indossando magliette con il logo della campagna e distribuendo volantini per spiegare alla popolazione, incuriosita dalla novità, la propria posizione: “noi non possiamo perdonare senza una ricostruzione trasparente dei fatti, senza un percorso di giustizia di transizione, senza che ai martiri sia resa giustizia”. Fra gli slogans più ripetuti “ Ennahdha e Nidaa Tounes, traditori dei martiri della rivoluzione!”. (video)

La manifestazione si è svolta dunque senza incidenti, nel viale simbolo della rivoluzione, per l’occasione transennato e presidiato dai mezzi della polizia, mentre il passaggio in alcune vie di accesso era bloccato e controlli a tappeto venivano effettuati a chiunque imboccasse il viale.

Il Ministro degli Interni Najem Gharsalli, nei giorni precedenti, aveva preannunciato che avrebbe applicato la legge contro i manifestanti (lo stato di emergenza vieta, in teoria, ogni manifestazione, ma anche durante la rivoluzione Ben Alì l’aveva proclamato, senza riuscire a impedire la rivolta in tutto il paese!). Intanto l’avenue Bourghiba al centro di Tunisi veniva interdetta alla circolazione dei veicoli dal 9 al 14 settembre, a causa di ventilate minacce terroristiche. Ma già giovedì 10 settembre, ascoltato dalla Commissione Diritti e Libertà del Parlamento, il ministro ammorbidiva le proprie posizioni, arrivando a garantire che la manifestazione sarebbe stata messa in sicurezza dalle forze dell’ordine. Costretto per una volta al pragmatismo, il Ministero degli Interni non poteva permettersi di ripetere lo scenario da incubo del 9 aprile 2012 (3), quando al governo erano gli Islamisti e il presidente della Repubblica era Moncef Marzouki.

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L’avenue Bourghiba transennata e chiusa al traffico Foto: Patrizia Mancini

All’indomani della manifestazione il futuro del progetto di legge per l’amnistia dei reati economici e finanziari appare incerto. Se da un lato la discussione del testo in Parlamento è stata rinviata al prossimo dicembre, dall’altro si iniziano le grandi ma manovre per emendarne il contenuto:

l’UGTT (il più importante sindacato tunisino) rispolvera la proposta di un Dialogo Nazionale insieme all’Ordine degli Avvocati e alla Ligue des droits de l’homme per proporre un nuovo testo che rispetti la Costituzione. Questa volta senza il sindacato padronale dell’Utica che ha scelto di stare “coerentemente” dalla parte degli imprenditori che dovrebbero godere dell’amnistia proposta da Essebsi.

Uno degli obiettivi non troppo nascosti che Essebsi e il suo partito Nidaa Tounes si erano posti con la proposta di legge e cioè l’indebolimento della Instance verité et Dignitè (preposta alla raccolta e all’esame dei dossier contro i crimini delle dittature , compresi quelli economici) sembra, nel frattempo, concretizzarsi con le dimissioni a catena dei suoi membri, compresa quella del vicepresidente Zouhair Makhlouf, considerato vicino al partito islamico Ennhadha che rivelerebbe come questo partito abbia deciso da che parte stare, a dispetto della memoria storica di moltissimi dei suoi iscritti, torturati e imprigionati a centinaia nelle prigioni di Ben Alì.

Intanto, il blog collettivo Nawaat.org è uscito lo stesso 12 settembre con la pubblicazione di un documento che dimostra come, dietro la preparazione del progetto proposto dalla Presidenza della Repubblica, ci sia Fathi Abdennadher, consulente giuridico dell’ex dittatore Ben Alì.

Di fronte a questi tatticismi e manovre nell’ombra, rimane un’opinione pubblica sconcertata, ma in buona parte indignata da questi tentativi di garantire l’impunità agli imprenditori disonesti e ai funzionari pubblici prezzolati, di fronte a un livello di corruzione in continuo aumento mentre nessuno, fra i responsabili securitari che hanno diretto la repressione dei moti rivoluzionari uccidendo oltre 300 persone, è stato condannato.

Spetterà ai cittadini e alle cittadine, spetterà al movimento “Manich Msamah” smascherare le trattative sottobanco per “migliorare” il progetto di legge”, trovando un linguaggio semplice ed efficace per parlare con la popolazione e ottenere il ritiro del testo. Un processo genuinamente democratico non può mettere radici se non dopo un percorso trasparente di giustizia transizionale, per tutti e tutte.

  1. Il 26 giugno 2015 38 turisti sono stati uccisi da Seifeddine Errezgui, un giovane jihadista, sulle spiagge della localià turistica di El Kantaoui, Sousse.

  2. Il Fronte Popolare ritiene tuttora responsabile il partito islamico Ennahdha dell’uccisione dei deputati Chokri Belaid e Mohamed Brahmi e, per transizione, il CPR e Ettakkatol, che erano i suoi alleati all’epoca. Questo nonostante sia stato provato che gli assassini dei due politici siano stati organizzati e attuati dal gruppo di Ansar-a.sharia.

  3. Il 9 aprile 2012, giornata dedicata alla memoria dei martiri dell’indipendenza, furono vietate tutte le manifestazioni. L’opposizione scese in piazza numerosa, ma la polizia represse duramente i cortei, ferendo decine di manifestanti. Il ministro degli Interni di allora era Alì Larayed, del partito islamico Ennahdha.