Tunisia: impedire la traversata verso l’Europa a qualunque costo

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crédit photo. Sana Sbouai

Sana Sbouai

Nel 2011 e nel 2017 due naufragi al largo della Tunisia hanno visto coinvolte due navi della marina nazionale. Per due volte imbarcazioni di migranti in rotta per l’Italia sono colate a picco. La prima dopo una collisione; la seconda si è capovolta mentre cercava di sfuggire a un inseguimento. Errore tecnico o fedeltà agli accordi tra la Tunisia e l’Unione Europea, pagata a caro prezzo? Wissem si ricorda tutto. Indossava tre giacche e due paia di pantaloni, Non per avere abiti di ricambio una volta arrivato in Italia, no. Ma perché aveva un’angina e sentiva freddo, quel 10 febbraio 2011, quando s’imbarcò sul Raïs Ali, un peschereccio tunisino che doveva portarlo in Italia.

Wissem è un sopravvissuto a uno dei tanti naufragi che sono avvenuti nel Mediterraneo. Racconta della sua voglia di partire, della preparazione del viaggio, le speranze sempre vive di poter raggiungere un giorno le coste europee.

«Passare o morire, non c’è scelta, in Tunisia non ci sono più speranze.” Wissem dipinge la stessa situazione di tutti quei giovani che partono dall’Africa a causa di un conflitto, di una dittatura, di un contesto economico critico, o semplicemente perché, anche loro, hanno voglia di scoprire il mondo.

Solo che a un certo momento Wissem smette di raccontare. Quel viaggio era il quarto tentativo di raggiungere l’Europa.« Passare o morire ». Morire in un naufragio, sì. Morire per mano degli uomini, no. Perché il naufragio della barca su cui si trovava è stato provocato dalla collisione di un naviglio militare tunisino.

COLLISIONE IN MARE

Il Raïs Ali sul quale si era imbarcato con almeno altri 119 passeggeri  si è spezzato in due l’11 febbraio 2011 e ha fatto naufragio a 30 miglia (55 chilometri) dalle coste tunisine, a causa di una nave militare tunisina, la Horria 302 (“Libertà”302) Una libertà numerata. Strano nome per un naviglio che è servito a impedire a delle persone di viaggiare.

Dopo questo naufragio, Wissem ha deciso di non tentare mai più la traversata in barca. Si era imbarcato con due cugini: : Fares, 21 anni e Walid, 19, e altri otto giovani del suo quartiere. Degli undici che formavano questo gruppo soltanto in cinque torneranno a casa. Due sono morti nell’incidente, fra cui il giovanissimo Walid. Quattro sono dichiarati dispersi. Un’ecatombe per il loro quartiere a Gerba.

Wissem si definisce «un figlio del mare », lui che è cresciuto a Gerba, è un “professionista di nuoto” . Racconta che quando ha avuto luogo il fatto scioccante e si è ritrovato in fondo al mare, aprendo gli occhi e guardando verso la superficie, non vedeva che “corpi, dappertutto… “ In ogni caso è riuscito a risalire in superficie e a disfarsi degli strati di abiti che gli impedivano i movimenti. E’ riuscito anche ad appoggiarsi allo lo scafo della nave militare e a darsi sufficiente slancio per allontanarsi e non essere aspirato o tritato dalle eliche, come invece sarebbe successo ad altri passeggeri. Racconta poi di aver nuotato per un po’, recuperato il corpo di suo cugino e infine di essere salito sulla nave militare . “Venti minuti in acqua…non sentivo più la presa delle mani, non riuscivo ad aggrapparmi alla corda per uscire dall’acqua e issarmi sulla nave” ricorda.

La Raïs Ali avrebbe trasportato circa 120 persone. La marina militare avrebbe raccolto 98 naufraghi e cinque corpi intatti. Gli altri, almeno sedici, sono stati dichiarati dispersi. Ce ne sarebbero molti di più, secondo Wissem”Tutti quelli che erano nella stiva non hanno fatto in tempo a uscire quando la barca è stata colpita.”

« Io stesso non riuscivo a capire, il mio cervello non reagiva, credevo che la nave militare si sarebbe fermata una volta che ci avesse raggiunto…e non che ci sarebbe entrata dentro.” aggiunge.

Il figlio di Farouk Belhiba è uno dei dispersi nel naufragio. Dal’11 febbraio 2011 Farouk cerca una risposta: dov’è il corpo di mio figlio? Così come altre 15 famiglie, cerca invano di sapere che cosa ne è stato delle spoglie di suo figlio. Prima di partire, Abdallah,17 anni, aveva detto a suo padre, mentre erano seduti sulla spiaggia di fronte alla loro casa: “Per favore, lasciami partire, qui non ho niente da fare”.

Cosi’, il 10 febbraio 2011 Abdallah Belhiba si imbarcava sulla Raïs Ali. Da allora è considerato disperso.

Nel primo pomeriggio del’11 febbraio 2011 la Raïs Ali, che era in mare dalla sera prima e si stava avvicinando alle acque territoriali italiane, sarebbe stata speronata da una nave militare tunisina. L’Horria 302 si sarebbe avvicinata all’imbarcazione dei migranti e avrebbe loro ordinato di fermare i motori, secondo tutte le testimonianze. Qualche istante più tardi, mentre la Raïs Ali era ferma, si sarebbe verificata la collisione fra le due imbarcazioni, sempre secondo tutte le testimonianze. La barca dei migranti, lunga 14 metri, non ha resistito all’impatto con l’imbarcazione militare di 48 metri. Ferro contro legno, la Raïs Ali è stata tagliata in due dalla Horria 302.

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Farrouk Belhibacerca di sapere cosa è successo a suo figlio dal 2011 . Crédit : Sana Sbouai

DUE RACCONTI DIVERSI

Due diverse narrazioni dell’accaduto hanno allora cominciato a contrapporsi. Di chi è la colpa?Il ministero della difesa avvia un’inchiesta che produce un primo rapporto nell’aprile 2011, indirizzato al tribunale amministrativo, in cui cinque membri dell’equipaggio della Horria 302 danno tutti la stessa versione: le imbarcazioni si trovavano in parallelo, la Raïs Ali non si è fermata, compiendo una virata di bordo improvvisa e colpendo la Horria 302. Viene quindi data l’intera responsabilità alla Raïs Ali.

Da parte loro i migranti affermano che la loro barca era ferma e che è stata speronata dalla nave militare che arrivava in perpendicolare, abbastanza velocemente. La procedura giudiziaria farà poi evolvere la versione.

Cinque famiglie di dispersi decidono di indire un’azione penale che non porterà a niente. Sedici altre scelgono invece l’azione civile per avere diritto a un indennizzo. Così nel 2011 inizialmente viene incaricato il tribunale amministrativo che alla fine si dichiarerà incompetente, rinviando il caso al tribunale civile. Questi nominerà tre esperti indipendenti che renderanno il loro rapporto nel 2015. Sulla base di questo rapporto verrà dichiarata la responsabilità della Horria 302, la nave militare, e nel 2016 e 2017 verranno stabiliti criteri per dei risarcimenti. Verranno stanziati fra 5000 e 10000 dinari (fra 1560 e 2920 euro) per ciascun genitore di persona morta o dichiarata dispersa. Alcune famiglie hanno fatto appello, ritenendo gli indennizzi troppo bassi rispetto al grave danno subito.

IL RAPPORTO DEGLI ESPERTI

Tali decisioni avvallano perciò il fatto che la Horria 302 sia entrata in collisione con l’imbarcazione dei migranti e non viceversa. Ma quali sono state le circostanze precise della collisione? La barca dei migranti era in movimento o aveva obbedito all’ordine di fermarsi? La Horria 302 si è trovata la via sbarrata? Si è trattato di un errore di manovra o la nave avrebbe sfondato intenzionalmente la barca dei migranti?

Nel 2011, in occasione di un incontro fra responsabili militari e famiglie dei naufraghi, solo qualche giorno dopo l’incidente di Sfax, alcuni militari spiegavano che l’abbordaggio poteva essere stato il risultato di un errore di manovra e dichiaravano alle famiglie che in quel caso la marina militare” non avrebbe chiuso gli occhi su quell’errore “. Eppure sembra che nel rapporto finale dell’inchiesta non sia menzionato alcun errore di manovra. Del resto, al momento del naufragio, uno dei militari avrebbe detto ai migranti che quella storia doveva “finire lì”. Loro non sarebbero stati giudicati per tentativo d’immigrazione clandestina e ciascuno sarebbe rientrato a casa, dimenticando il caso.

Sarà dunque il rapporto dei periti indipendenti che arriverà a chiarire, sotto tutt’altra luce, le circostanze dell’incidente. Il rapporto avanza un’ipotesi. E’ dimostrato che le due imbarcazioni non fossero in posizione parallela e che perciò la Raïs Ali non avrebbe potuto virare di bordo ed essere all’origine dell’incidente. E’ dimostrato che la Horria 302 si fosse avvicinata alla barca piuttosto in velocità.

La conclusione del rapporto sottolinea che la collisione possa essere stata causata da una manovra sbagliata della nave militare dovuta alla sua eccessiva velocità e a un errore di valutazione della distanza. Viene anche avanzata l’ipotesi di una padronanza approssimativa dei meccanismi dell’imbarcazione militare.

Ma allora perché i cinque membri dell’equipaggio del naviglio militare hanno fornito una versione non confermata dalla perizia? Abbiamo sollecitato il ministero della difesa a questo proposito che ci ha fatto sapere, tramite il suo portavoce, che non sarebbe stata possibile un’intervista. Impossibile quindi esporre il punto di vista del ministero della difesa, di sapere come quelle testimonianze siano state raccolte e se siano state applicate delle sanzioni.

Del resto diverse testimonianze parlano di un atteggiamento aggressivo da parte dei membri dell’equipaggio della nave militare. Avrebbero fatto prova di violenze fisiche e verbali nei confronti dei naufraghi, intimando loro di non salire sul gommone o sulla nave, colpendoli con l’impugnatura delle loro armi e rimproverandoli per aver preso il mare per emigrare. I militari non si sarebbero mostrati per niente scioccati per l’incidente e non avrebbero dimostrato alcuna empatia. 

SORVEGLIARE LE FRONTIERE EUROPEE: A CHE PREZZO?

Sei anni dopo la Tunisia lamenta un nuovo incidente dello stesso tipo, con un bilancio ancora più pesante. Un altro naufragio l’8 ottobre 2017, ancora una volta sono coinvolti una nave militare e una barca di migranti. Mentre i migranti navigavano a 54 miglia (100 km) da Kerkenna, una nave militare tunisina tenta di intercettarli. I migranti cercano di fuggire. Si scatena un inseguimento con l’uso di flash luminosi e cannoni ad acqua, finché la barca dei migranti finisce per capovolgersi e affondare, trascinando con sé 45 persone, appena dopo essere stata toccata dal naviglio militare. Si salveranno solo in 38.

Che ne è del rispetto del codice di navigazione? Il tribunale e il perito dichiarano che vi sia corresponsabilità nell’incidente: la barca dei migranti non si è fermata, quella militare si è avvicinata troppo. Ma questa volta la giustizia sarà molto più rapida. Il caso verrà portato di fronte alla sezione criminale del tribunale militare permanente di prima istanza a Sfax come “omicidio involontario e lesioni corporali causate da imperizia, imprudenza, negligenza, disattenzione o non rispetto dei regolamenti”. La responsabilità viene addossata in parti uguali ai capitani delle due imbarcazioni: quella dei migranti per “violazione delle regole necessarie a evitare una collisione marittima e per navigazione in acque territoriali tunisine senza conformarsi ai regolamenti o agli ordini emananti dall’autorità marittima” e quella militare per violazione delle consegne.

Entrambi gli incidenti pongono dubbi sul ruolo della marina militare tunisina che sembra pronta a trattenere i migranti a qualunque costo a terra o nelle sue acque territoriali. Nel primo naufragio sarebbero stati intravisti due elicotteri italiani che avrebbero sorvolato il barcone dei migranti appena prima di venire intercettato dai militari tunisini.

Esistono degli accordi fra la Tunisia e l’Unione Europea. Compresa un parte dedicata alla sicurezza. Si può dunque immaginare che esista un lavoro coordinato tra militari dei diversi paesi del bacino mediterraneo per proteggere le frontiere esterne dell’Europa. Perché, se non fosse per gli altri (gli europei), per quale motivo la Tunisia impedirebbe a una parte dei suoi giovani disillusi, e di cui non sa che farsene, di lasciare un paese in cui, al momento, non vengono loro offerte soluzioni serie ai loro problemi?

L’articolo originale è apparso il 29 aprile 2019 sul sito Babelnet.net

Questo articolo fa parte di un dossier realizzato nel quadro delle attività della rete Médias indépendantes sur le monde arabe. Una cooperazione regionale di cui fanno parte Al Jumhuriya, Assafir Al-Arabi, Mada Masr, Babelmed, Mashallah News, Nawaat, 7iber e Orient XXI

Traduzione e adattamento dal francese a cura di Patrizia Mancini