Tunisia, fine del viaggio?

Le proteste degli agenti nella caserma di Laouina Credit France 24

Santiago Alba Rico

Mentre i media si occupano –sempre meno- della Siria, dell’Egitto o dell’Iraq, proprio il Paese dove è iniziata la cosiddetta “primavera araba” è sul punto di soccombere a un passato che ritorna, senza che questo venga considerato meritevole della benchè minima attenzione. Il processo democratico in Tunisia è ferito a morte. Le alternative alla crisi infinita che il Paese vive ormai da un anno sembrano ridursi a due: un colpo di Stato duro oppure un colpo di Stato morbido. L’una e l’altra ipotesi lasciano fuori l’impulso e le speranze di quei gruppi sociali che nel gennaio 2011 cacciarono il dittatore Ben Ali.
Il 23 ottobre cadeva il secondo anniversario delle elezioni che hanno portato al governo una coalizione guidata dagli islamisti del partito Ennahda. Era anche il giorno in cui avrebbe dovuto avviarsi il “dialogo nazionale” promosso dalla UGTT e dalla rappresentanze padronali tunisine: un’iniziativa dal dubbio carattere democratico ma che, ormai, sembra l’unico rattoppo possibile per superare la paralisi istituzionale che attanaglia il Paese dall’omicidio, il 26 luglio scorso, del deputato dell’opposizione Mohamed Brahmi. L’accordo firmato il 28 settembre da tutte le parti sociali costringe la troika al potere a cedere il passo ad un governo “tecnocratico” dopo tre settimane dall’inizio ufficiale della trattativa. Per il governo, questo “dialogo” –accettato a denti stretti e con astuzie di ogni tipo- non è altro che un ricatto finalizzato ad escludere dal gioco l’unica fonte di sovranità conquistata grazie alla rivoluzione: l’Assemblea Costituente. Per l’opposizione, cristallizzata nel Fronte Nazionale di Salvezza, i cui membri –di destra e di sinistra- hanno ripetutamente invocato il modello egiziano, si tratta essenzialmente di uno strumento utile a tenere lontano dal potere un partito considerato la causa di tutti i mali: l’insicurezza, la repressione, la crisi economica e perfino i recenti sommovimenti sismici di Monastir.
Proprio per questo il 23 ottobre era anche una data simbolicamente molto appetitosa per l’opposizione nel suo sforzo di mettere in discussione la legittimità di Ennahda e di accelerare la sua caduta. Questo era l’intento della manifestazione indetta sulla Avenue Bourguiba e che il governo ha denunciato come un “boicottaggio contro il dialogo”. Sostenuta da alcuni media privati, tra i quali la controversa emittente Nessma, la manifestazione ha riunito poche migliaia di persone, circa 5.000, le quali hanno intonato slogan familiari: “Il popolo vuole abbattere il regime”, “dégage, dégage”, oltre a insulti e accuse aggressive (“assassini”). L’emittente Nessma aveva mandato in onda uno spot che invitava a partecipare alla manifestazione ed ha coperto in diretta tutta la giornata, selezionando le testimonianze di manifestanti che rievocavano con nostalgia la dittatura: “Con Ben Alì si stava meglio”.
A tutto questo, nello stesso giorno, si è aggiunta come per caso una nuova offensiva del terrorismo jihadista: 6 membri della Guardia Nazionale sono stati uccisi a Sidi Bouzid, la culla della rivoluzione, e poche ore più tardi un altro poliziotto è stato assassinato a Menzel Bourguiba. Queste morti si sommano a quelle di altri due membri della Guardia Nazionale avvenute la settimana precedente a Gubellat, nella provincia di Beja, a 150 chilometri dalla capitale. La Guardia Nazionale, un corpo militare controllato dal Ministero dell’Interno ( corrispondente  ai carabinieri italiani) si sente in questo momento sottoposta ad una forte pressione, com’è stato dimostrato venerdì scorso dalle proteste della polizia nella caserma di La Aouina durante le esequie dei due “martiri”. Al grido di “dégage”, gli ufficiali e gli agenti che presenziavano la cerimonia hanno espulso dal recinto della caserma il Presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, ed il primo ministro Ali Larayedh, venuti a rendere omaggio alle vittime. Mentre il Governo ha qualificato l’episodio come un atto di “insubordinazione”, minacciando sanzioni (qualcuno lo ha definito inqilab abiad, un “colpo di Stato morbido”), l’opposizione ha applaudito il gesto, ha incensato le forze di sicurezza dello Stato e additato Ennahda come responsabile degli attentati. Gli stessi che accusano Ennahda di utilizzare gli apparati di polizia per reprimere le manifestazioni ed uccidere gli oppositori politici, la accusano al tempo stesso di uccidere i poliziotti (“i nostri eroi nazionali”), alimentando così il disagio di un corpo sociale che non è stato bonificato e che, di fatto, costituisce il prolungamento del vecchio regime.
Quali che siano stati finora i numerosi errori e gli eccessi di Ennahda, per quanta compiacenza abbia potuto mostrare in altri momenti nei confronti dei jihadisti di Ansar Chaaria, al di là di qualunque interpretazione cospirativa, solo un cieco potrebbe ora ignorare la funzionalità degli attacchi terroristici. Se in Siria il jihaidismo fa il gioco del regime e in Egitto legittima l’esercito golpista, in Tunisia l’offensiva mortale degli ultimi mesi, inasprita nelle date che abbiamo menzionato, conviene solo a quanti sperano in un deragliamento del fragile sistema democratico. Il 23 ottobre 2013, secondo anniversario delle prime elezioni democratiche nella storia della Tunisia e del mondo arabo, segna anche il momento di maggiore pressione golpista dalla cacciata del dittatore; la tensione è altissima e un nuovo attentato, selettivo o indiscriminato, soprattutto se si verificasse nella capitale, farebbe sicuramente crollare la fragile impalcatura istituzionale nata dalla rivoluzione del 14 gennaio e dalle elezioni del 2011.
Esagerando, ma non troppo, possiamo dire che oggi la Tunisia si divide tra quelli che temono e quelli che auspicano un colpo di Stato. Per quanto strano possa sembrare, tra quelli che lo auspicano si trova anche un settore importante della sinistra riunita nel Fronte Popolare, la quale –a forza di dichiarazioni imbarazzanti e alleanze opportuniste- favorisce non il consolidamento della democrazia e la coesione delle forze rivoluzionarie, ma piuttosto le posizioni qualunquiste o reazionarie di quanti, sempre più numerosi e non privi di motivazioni tangibili, si lasciano vincere dalla paura e pensano che “con Ben Alì si stava meglio”.
Secondo una recente inchiesta, l’ex dittatore Ben Ali si colloca al quinto posto nelle intenzioni di voto della popolazione; ma chi sfiora il primo posto è Beji Caid Essebsi, l’ex minstro dell’Interno di Bourguiba, il catalizzatore dei consensi dei notabili del vecchio regime. Per il resto, paura e scontro aperto dominano la scena: i funerali degli agenti uccisi, ai quali non ha partecipato nessun rappresentante del Governo per espresso desiderio delle famiglie, si sono trasformati ieri in megafoni della rabbia contro Ennahda a Sidi Bouzid e Kasserine, mentre a Le Kef, Beja e a Monastir la sede del partito islamista veniva assalita e distrutta e, da parte loro, salafiti e seguaci di Ennahda aggredivano dei giovani militanti della UGET nell’Università della Manouba.
L’esperienza storica ci insegna che, molto più del “terrorismo”, è la “lotta al terrorismo” ciò che mette in pericolo la democrazia. Nel migliore dei casi, un colpo di Stato morbido –anche concordato con Ennahda- produrrebbe un regime autoritario, con libertà limitate e crescente criminalizzazione degli oppressi “per ragioni di sicurezza pubblica”. Non è da escludere, infatti un accordo tra le élites economiche di Ennahda e di Nida Tunes per mettere in piedi –anche tramite elezioni- un regime di “democrazia vigilata” le cui vittime sarebbero, ancora una volta, quei cittadini che continuano a chiedere pane, dignità e giustizia sociale. Duro o morbido che sia, la sinistra ha poco da vincere in questo gioco; duro o morbido che sia, in un clima di arretramento dell’intera regione, gli USA e l’Unione Europea accetterebbero qualsiasi “golpe” che potesse assicurare stabilità ai loro affari e sconfiggere, con qualsiasi mezzo, il redivivo jihadismo. Proprio come ai tempi di Ben Alì.

Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile