Tunisia: elezioni, delusioni

 

Francesca Oggiano freelance photographer and journalist based in Tunis

Francesca Oggiano
freelance photographer and journalist
based in Tunis http://www.francescaoggiano.com/

Santiago Alba Rico

 

In attesa dei risultati definitivi che l’ISIE (Istanza Superiore Indipendente per le Elezioni) renderà pubblici mercoledì (*) il partito “islamista” Ennahda ha riconosciuto la propria sconfitta nei confronti del il partito “laico” Nidaa Tunes. Le due forze, in ogni caso, hanno conquistato quasi i tre quarti dei 217 seggi disponibili (rispettivamente il 31% ed il 38%). Eppure c’è qualcosa di ingannevole in questa visione che predomina nei mezzi di comunicazione (occidentali). L’insistenza riduttiva, perfino fraudolenta –e comunque stereotipata- con la quale i due principali contendenti vengono definiti in base alla loro posizione religiosa, lascia in ombra le reali differenze che li separano e, al tempo stesso, le vere affinità che li avvicinano.
La questione religiosa, artificialmente alimentata dal gennaio 2011 dagli apparati del vecchio regime e, in seguito, contro il governo guidato da Ennahda (ottobre 2011 – gennaio 2014), ha mobilitato solo le élites urbane di destra e di sinistra, le quali hanno strumentalizzato l’islamofobia (in perfetto stile europeo) per cercare di imporre le proprie ambizioni politiche senza calcolare le conseguenze. L’islamofobia ha giocato un ruolo decisamente controrivoluzionario, alimentando per di più l’islamismo jihadista che, alla vigilia delle elezioni, ha continuato a colpire le forze di sicurezza. Ma in un Paese in cui la maggioranza dei cittadini considera la propria identità musulmana come un dato irrinunciabile, l’islamofobia non ha avuto molto seguito nelle urne. Possiamo dire che nei fatti Nidaa Tunes è stata votata da molti di quegli elettori (ne conosco alcuni) che nel 2011 votarono Ennahda per le stesse ragioni. La “minaccia terroristica”, la crisi economica, la sfiducia verso alcuni partiti di governo usurati da un esercizio del potere poco convincente, tutto questo ha fatto scattare la nostalgia della dittatura, ma ancor più della tradizione, impersonata da Habib Bourguiba, padre dell’indipendenza e despota nazionalista fino al momento del colpo di stato di Ben Alì nel 1987. Il “bourguibismo” è nostalgia del padre, della sicurezza, della stabilità, a fronte di una democrazia che ha portato insieme disordine e terrorismo. Capeggiato dal vecchio caimano Caid Essebsi, una sorta di Fraga Iribarne (**) tunisino, ministro dell’interno di Bourguiba e presidente del parlamento sotto Ben Alì, l’ancien régime si riaffaccia per via elettorale e con i suoi storici vessilli.
Nidaa Tunes ed Ennahda , in realtà, non si differenziano per la questione del laicismo (non dimentichiamo che la Costituzione tunisina consacra questo principio ed è stata approvata con un governo islamista) né per la composizione di classe (il programma di Ennahda è solo un po’ più “socialista” di quello di Nidaa), bensì per i rispettivi, concreti interessi imprenditoriali e per la loro tradizione politica. Ma se dovessi a tutti i costi farci entrare la questione religiosa, direi che è stata soprattutto la sconfitta regionale dei Fratelli Musulmani, con le sue catastrofiche conseguenze, ad aver pesato sull’animo di elettori impauriti, come nella Spagna post-franchista, dai fantasmi della guerra civile e del colpo di stato.
Le differenze oligarchiche e di tradizione politica, e tanto più l’ingannevole conflitto laicismo/islamismo, non devono far dimenticare le molte affinità tra i due partiti. Con due programmi economici molto simili, basati sull’indebitamento esterno, gli investimenti esteri, l’industria estrattiva e il turismo, Ennahda è un po’ più sensibile –almeno nelle sue espressioni retoriche- alle disuguaglianze sociali, come dimostra la recente difesa del capitalismo cinese pronunciata da Rachid Ghannouchi: “Ho notato che in Cina il marxismo non viene praticato come una religione, bensì come fonte di ispirazione di una visione sociale che difende i diritti dei più poveri ed allo stesso tempo apre all’impresa, agli scambi commerciali senza ostacoli ed agli investimenti internazionali”. Quanti alla viglia delle elezioni insistevano, come il giornale filo-RCD “La Presse”, a prospettare la lotta tra Ennahda e Nidaa come una battaglia “tra velo e modernità”, dimenticano che sul piano politico, economico e sociale Ennahda è abbastanza più “moderno” del “partito laico”, nel quale convergono diversi tra i personaggi dei più tristi trascorsi della Tunisia e che, tra l’altro, è guidato da uno degli uomini più vecchi del Paese.
I risultati delle elezioni chiariscono almeno tre cose. La prima è il ritorno dei notabili del vecchio regime, in parte anche per colpa di Ennahda che, nei suoi tre anni di maggioranza parlamentare, non ha voluto portare avanti la legge –presentata dal suo stesso governo- che impediva la loro partecipazione alla vita politica. Un buon numero di ex ministri di Ben Alì ed ex dirigenti dell’RCD siederanno nuovamente in Parlamento e –chissà- recupereranno anche qualche incarico di governo. La seconda è che, nonostante la legge elettorale favorisca le piccole formazioni, la politica tunisina è molto chiaramente incline ad un bipartitismo di destra, cosa che soddisfa le aspettative dell’Unione Europea e degli USA: un islamismo addomesticato, senza sufficiente potere, e un vecchio regime democratizzato ma inibito dalle nuove istituzioni. Per quanto riguarda la terza, si tratta  della sparizione, nei fatti, di due partiti della cosiddetta “troika” (il Congresso per la Repubblica del Presidente Marzouki ed Ettakatol di Ben Jaafar, Presidente dell’Assemblea Costituente) ed il grande vantaggio ottenuto sulle altre quindici forze politiche rappresentate in Parlamento, lasciano a Nidaa ed a Ennahda, pur prive di maggioranza assoluta, l’unico asse di distribuzione del potere e di consenso per i prossimi anni.
Tra gli altri quindici partiti, al terzo posto, con il 7% circa dei voti, c’è l’Unione Patriottica Libera, fondata e diretta dall’oscuro Slim Riahi, conosciuto anche come “il Berlusconi tunisino”, magnate della stampa e degli affari, presidente del potentissimo Club calcistico Africain. Al quarto posto, con poco più del 5% dei voti, troviamo il Fronte Popolare, la coalizione della sinistra radicale la quale, se vuole riconquistare le occasioni perse e coinvolgere la popolazione sulla strada di un vero cambiamento, dovrebbe abbandonare il proprio erratico andamento opportunista ed affrontare a viso aperto le due destre trionfanti. La sua presenza in Parlamento è senza dubbio una buona notizia, nonostante l’esiguità dei numeri –rivelatrice dei suoi grandi errori- non dia rappresentanza a quelli che hanno fatto la rivoluzione il 14 gennaio del 2011: i poveri e i giovani.
Dove sono allora i poveri e i giovani ? Sono i vincitori, nel senso che sono la maggioranza. Nell’ottobre del 2011, per le elezioni dell’Assemblea Costituente, votò più dell’80% di quanti si erano volontariamente iscritti alle liste elettorali. Stavolta ha votato il 61%, un dato che, sommato a quello dei non iscritti, mostra un’astensione reale di oltre il 50%; e resta eloquente il fatto che il maggior numero di astensionisti di tutta la Tunisia si trovi a Sidi Bouzid, tomba di Mohamed Bouazizi e culla della rivoluzione. I poveri e i giovani sono i vincitori, ma nessuno li rappresenta. Proprio a causa dell’ eclatante fallimento del loro coraggio e del loro sacrificio, si piegano inevitabilmente su se stessi (“non ci rappresentano”!), si volgono verso l’Italia o verso la Siria: vale a dire, verso il disincanto estetico, verso l’emigrazione clandestina o verso il jihadismo. Tre anni dopo, per fortuna, la Tunisia non è né la Libia, né l’Egitto, né la Siria né l’Iraq (e nemmeno l’Algeria!) e questo non è poco. Ma l’unica cosa che potrà veramente evitarle quello stesso destino, apparente maledizione del mondo arabo, sarà una vera democrazia politica e sociale, alla quale partecipino tutti i cittadini.

(*) alle due di questa mattina, giovedì 30 ottobre, l’Isie ha diramato i risultati preliminari che non si discostano da quelli indicati nell’articolo

(**) Fraga Iribarne, ministro in Spagna sotto Franco, fondatore del Partito Popolare

Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile

Versione originale dell’articolo: http://www.cuartopoder.es/tribuna/2014/10/28/tunez-elecciones-decepciones/6414