Tunisia: le mobilitazioni del gennaio 2017 nei cicli di lotta storici

grève generale a Meknassy

Sciopero generale a meknassy (Sidi Bouzid) Foto da Facebook

Lorenzo Feltrin

 

A Giulio Regeni, nel primo anniversario della sua scomparsa (25 gennaio 2016-25 gennaio 2017)

In questo mese si è registrato un aumento delle mobilitazioni sociali in Tunisia, che, per quanto di portata inferiore a picchi precedenti, segnala la persistenza delle rivendicazioni e delle lotte sociali nel paese. Il sito Nawaat.org ha riportato in un video le manifestazioni e blocchi stradali in 17 località diverse, a cui bisogna aggiungere la ripresa del blocco dei camion di gas della multinazionale inglese Petrofac nelle isole Kerkennah a partire dal 14 dicembre 2016 e la serrata della corporation canadese Winstar a Tataouine a partire dal 10 gennaio. Il 3 gennaio ha avuto luogo lo sciopero nazionale dei “lavoratori dei cantieri”, precari messi al lavoro dallo stato con misure emergenziali per l’occupazione e rimasti poi in permanenza senza contratti veri e propri.

La mobilitazione di più lunga durata si sta svolgendo a Meknassy, villaggio nel governatorato di Sidi Bouzid tra i primi a mobilitarsi durante il sollevamento del 2010-2011. A partire da fine dicembre, gli abitanti hanno bloccato la strada statale tra Gafsa e Sfax impedendo il passaggio dei veicoli istituzionali e dei camion di fosfato. Per poter essere esportato, il fosfato deve compiere il tragitto dal bacino minerario di Gafsa – confinante con l’Algeria – alla città costiera di Sfax. Non a caso, blocchi stradali si sono registrati recentemente anche negli altri villaggi lungo la statale: Sened, Menzel Bouzayane e Mazzunah. Dal 12 gennaio, la sezione di Meknassy della confederazione sindacale UGTT – di gran lunga la più grande del paese – ha dichiarato uno sciopero generale locale di solidarietà. Nel corso dell’ultima settimana si sono verificati diversi tentativi notturni di forzatura del blocco stradale da parte della polizia, generando scontri con lacrimogeni da un lato e pietre dall’altro. Il 21 gennaio si è tenuto a Tunisi un presidio contro la repressione del movimento di Meknassy, in cui alcune centinaia di persone hanno forzato un cordone di polizia per riassemblarsi di fronte al ministero degli interni.

I principali attori – giovani privi di un accesso regolare al reddito – le rivendicazioni – lavoro stabile e sviluppo locale – e le  forme di mobilitazione – il blocco stradale e gli scontri – sono gli stessi che animano la lotta di classe in Tunisia a partire dalla rivolta di Gafsa del 2008. In base a questi parametri, è possibile leggere gli avvenimenti recenti come facenti parte di un unico ampio ciclo di lotte che dal 2008 giunge fino ai giorni nostri. Una delle cause profonde di questo ciclo è da rinvenirsi nell’interruzione della tendenza all’inclusione nell’accesso a un reddito regolare di porzioni crescenti della popolazione che aveva caratterizzato lo sviluppo economico in Tunisia (e altrove) dagli anni ’50 agli ultimi ’70. Tale tendenza si inscrive a sua volta nell’aumento – sospinto dalle lotte – della composizione organica del capitale a livello globale. In altre parole, l’automatizzazione della produzione genera un aumento della popolazione surplus e una pressione verso la generalizzazione – a intensità variabili – dell’impiego precario.

Come documentato altrove (1), la Tunisia ha partecipato al trend globale di declino secolare dell’impiego agricolo. Tuttavia, fino agli anni ’80, la perdita di impiego nel settore agricolo è stata compensata dalla crescita dell’impiego nell’industria e nell’amministrazione pubblica. Ma con la ristrutturazione neoliberale l’occupazione in entrambi questi sbocchi ha cessato di crescere. L’impiego manifatturiero, oltre a stagnare quantitativamente, si è trasformato qualitativamente. Il lavoro relativamente sicuro nelle imprese statali è declinato mentre quello precario nell’industria leggera privata per l’export è aumentato. Anche la Tunisia ha la sue Rustbelt e Sunbelt. Ancora più importante, il settore in cui l’impiego è aumentato più significativamente – raccogliendo così una buona parte dei lavoratori espulsi dalla terra tramite i macchinari agricoli – è il terziario privato.

Per la grandissima maggioranza dei lavoratori tunisini, “terziario privato” non significa un impiego ad alta remunerazione nel settore finanziario o un lavoro creativo nell’industria culturale. Molto spesso vuol dire invece una lotta per la sopravvivenza tra lavoretti precari e dequalificati, in numerosi casi non salariati e/o nel settore informale. Il termine “disoccupati” è fuorviante, infatti – non esistendo un vero sussidio di disoccupazione in Tunisia – la grande maggioranza di coloro che si considerano disoccupati sono in realtà costretti a fornire una variegata gamma di prestazioni lavorative più o meno occasionali.

La forza lavoro tunisina è anche in linea con la tendenza mondiale all’aumento del livello di istruzione medio dei lavoratori e alla crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro non domestico. All’indipendenza, i laureati tunisini erano in tutto 564 mentre oggi sono 1.116.000, il 19% della popolazione attiva. Ma l’espansione dell’istruzione universitaria non è stata accompagnata da un paragonabile aumento dell’impiego qualificato. Anche le statistiche ufficiali ammettono che il tasso di disoccupazione dei laureati è passato dal 4% nel 1995 al 32% nel 2016.

Le donne sono passate dal 6% della popolazione attiva “ufficiale” nel 1966 al 29% nel 2016. Oltre che nel lavoro domestico, le donne sono sovra-rappresentate in alcuni dei settori più vulnerabili dell’economia tunisina, in particolare nella manifattura leggera per l’export, dove sono esposte a regolari violazioni delle disposizioni più basilari della legislazione sul lavoro. Nel 2012 le donne costituivano il 43% dell’impiego manifatturiero e ben il 72% del tessile.

La forza lavoro è anche stratificata lungo linee etniche. L’immigrazione dall’estero è un fenomeno relativamente limitato in Tunisia, ma le migrazioni interne dalle regioni sottosviluppate alle aree metropolitane di Tunisi, Sfax e Sousse hanno una grande importanza storica. Anche la Tunisia ha il suo epiteto razzista per i migranti interni – “jabri” – che come il suo equivalente italiano “terrone” associa l’origine geografica a un concentrato di provincialismo, ignoranza e scarsa educazione.

Questi macro-cambiamenti nella composizione tecnica della classe sono tutt’altro che il frutto di una evoluzione naturale e priva di conflitto dalla predominanza del settore primario a quella del terziario. Negli anni 60’, sotto il governo “socialista” guidato da Ahmed Beh Salah, la Tunisia si lanciò in un programma di industrializzazione via sostituzione dell’import, con la creazione di aziende statali di industria pesante. Nel frattempo, l’agricoltura tradizionale veniva modernizzata tramite un sistema di “cooperative” gestite dallo stato. Nel 1970, il regime virò verso una politica più liberale mirante a espandere il settore privato, attirare gli investimenti stranieri e incentivare la produzione per l’export. Ma lo stato mantenne un forte ruolo come proprietario di aziende e leader degli investimenti fino all’inizio del piano di aggiustamento strutturale nel 1986.

Gli anni ’70 hanno visto un grande ciclo globale di lotte a cui la Tunisia non ha fatto eccezione. Per la Tunisia, si può convenzionalmente porne l’inizio nel 1971, con l’inizio dell’ondata di scioperi, e la fine nel 1985, con la repressione dell’UGTT che si era temporaneamente scostata dalla sua politica corporativista. I protagonisti di questo ciclo erano una nuova generazione di operai scolarizzati e i giovani elementi del ceto medio salariato radicalizzatisi a sinistra nel movimento studentesco ed entrati poi contemporaneamente nella forza lavoro e nel sindacato. I lavoratori precari si buttarono nella mischia soprattutto in due grandi occasioni: lo sciopero generale del 26 gennaio 1978 e le rivolte del pane del gennaio 1984. In entrambe le occasioni l’esercito scese in strada per restaurare l’ordine, facendo numerose vittime tra i manifestanti.

Gli operai delle grandi fabbriche statali furono il fulcro dell’ondata di scioperi che culminò nel 1977. Nella maggior parte dei casi, gli scioperi avvenivano contro la volontà della segreteria nazionale del sindacato unico ma con il sostegno della sinistra sindacale. Gli scioperi declinarono nel 1978-80 a causa della pesante repressione che seguì lo sciopero generale del 1978, ma ripresero vigore nei primi anni ’80. Le roccaforti della militanza operaia erano le grandi aziende statali come la fabbrica di automobili STIA a Sousse, la metallurgica El Fouladh di Bizerte o il petrolchimico di Gabes. Gli scioperi nei trasporti statali erano anch’essi molto comuni. Le rivendicazioni erano incentrate sul salario, e non per niente i salari reali crebbero più rapidamente del Pil per buona parte degli anni ’70. Difficile non notare le affinità con le lotte dell’“operaio massa” altrove nel mondo.

In un primo momento, il regime si prestò a generose concessioni materiali al fine di contenere una conflittualità sociale che minacciava il suo stesso potere politico. Ma il deterioramento della congiuntura economica, il crescere del debito sovrano e soprattutto l’assottigliarsi delle riserve di dollari spinsero il governo a preparare la svolta neoliberale sotto la supervisione di Fmi e Banca Mondiale. Nel 1985 le autorità procedettero alla repressione completa dell’UGTT, con attacchi alle sedi da parte di milizie informali e arresti di massa di militanti sindacali fino ad arrivare all’imprigionamento della segreteria nazionale.

In uno scenario assai comune, le vecchie roccaforti operaie sono state punitivamente ristrutturate o abbandonate a un lento declino. Tra il 1987 e il 2010, 219 aziende statali sono state privatizzate. L’impiego totale nel pubblico (amministrazione pubblica più aziende statali) è sceso dal 41% dei salariati nel 1980 al 32% al massimo nel 2014. Anche se numerose aziende statali sono sopravvissute, esse necessitano di meno lavoratori o perché nuovi macchinari sono stati introdotti o perché la mancata automatizzazione – combinata con gli accordi di libero scambio – le ha rese meno competitive a livello internazionale costringendole a tagliare la produzione. Le rappresentanze sindacali in molte aziende statali si sono ridotte all’ombra di se stesse, integrandosi in un sistema di corruzione e clientelismo capillari, soprattutto per quanto riguarda le pratiche di assunzione. Infatti, in Tunisia l’impiego nel settore pubblico è tuttora visto come la via per la sicurezza economica e la mobilità sociale ascendente. Ma, in tempi di investimento debole e crisi fiscale dello stato, il pubblico è uno snodo del mercato del lavoro assai sovraffollato.

Un esempio rivelatore del declino della militanza operaia nelle aziende statali è la Compagnie des Phosphates de Gafsa (CPG). Dall’epoca del protettorato francese, i minatori di Gafsa si erano guadagnati una reputazione per la loro combattività e i loro scioperi da migliaia di partecipanti. Ma con la ristrutturazione organizzativa e tecnologica della CPG, il numero dei suoi dipendenti è passato da 13.464 nel 1985 a 6.200 nel 2006 (2). Nella rivolta di Gafsa del 2008, i manifestanti accusavano la CPG di nepotismo e clientelismo politico nelle assunzioni, pratiche in cui funzionari dell’UGTT erano essi stessi implicati. Il segretario di vecchia data dell’UGTT regionale di Gafsa – Amara Abbassi, proveniente dalla federazione dei minatori – era anche un deputato con il partito di Ben Ali e il proprietario di imprese di lavoro in subappalto per la CPG. La maggior parte dei lavoratori che erano riusciti a entrare nella CPG non era incline a mettere in pericolo la propria fortuna mobilitandosi in solidarietà con i precari. Sul posto di lavoro i minatori rimasero passivi e i delegati sindacali assunsero un’attitudine per lo più ostile nei confronti delle proteste. I militanti sindacali che sostennero e persino guidarono il movimento venivano tutti dall’amministrazione pubblica, in particolare l’insegnamento.

I protagonisti di questo nuovo ciclo di lotte, che possiamo dire essere cominciato nel 2008 e continuare fino a oggi, non sono più i salariati stabili. Operai e impiegati hanno partecipato agli scioperi generali regionali dichiarati dall’UGTT all’apice del sollevamento del 2011 e all’impennata di scioperi che ha seguito la caduta di Ben Ali. Tuttavia, la pressione dal basso che spinse i dirigenti sindacali a dichiarare gli scioperi regionali del gennaio 2011 non proveniva dall’interno della fabbrica ma dalle strade fuori.

A partire dalla rivolta di Gafsa del 2008, la presenza più significativa sulle strade è stata quella di giovani privi di un lavoro sicuro e quindi di accesso a un reddito regolare. Anche se la gioventù precaria è stata spesso sostenuta dalla sinistra dell’UGTT (la cui forza è sopravvissuta più che altro nell’amministrazione pubblica), le condizioni lavorative stesse dei giovani precari gli rendono impossibile iscriversi al sindacato o imbracciare l’arma dello sciopero. La maggioranza dei giovani precari che hanno partecipato alle proteste degli ultimi anni non appartiene ad alcuna organizzazione formale e stabile. Nelle regioni sottosviluppate, la frammentazione occupazionale e la debolezza delle organizzazioni formali (con la parziale eccezione dell’UGTT) è compensata dall’attivazione di solidarietà comunitarie, radicate in legami familiari e localistici e affiancate dai social network. La solidarietà comunitaria non è incompatibile con la solidarietà di classe. Infatti, nel 2010-11 e in minor misura nel gennaio 2016, le lotte locali sono circolate in gran parte del paese tramite un discorso basato sulla giustizia sociale e sull’opposizione alle élite politiche ed economiche.

Tuttavia, la solidarietà comunitaria non è un medium di ricomposizione di classe privo di problematicità. Negli anni ’70, la ricomposizione basata sulle lotte operaie nel posto di lavoro era più direttamente in linea con aspirazioni egualitarie e progressiste, nonostante l’assenza di visioni del mondo ideologiche da parte della gran parte degli operai. Inoltre, all’epoca, dottrine di sinistra in senso ampio – il nazionalismo arabo e il marxismo-leninismo – erano le sole ideologie in circolazione. Le solidarietà comunitarie mobilizzate oggi sono fragili e politicamente ambigue, potendosi orientare in direzioni diverse a seconda di tutta una varietà di fattori contestuali. La sinistra tunisina contemporanea deve competere con un forte movimento islamista. Entrambi fanno poi fronte a intensi sentimenti “anti-politici” assai diffusi nella popolazione. Una stabile presenza ideologica e organizzativa tra la gioventù precaria è assicurata dall’Union des Diplomés Chômeurs (UDC). Ma come il nome stesso rende esplicito, questa organizzazione tenta di rappresentare perlopiù i laureati disoccupati, che sono solo una frazione dei precari. La questione organizzativa rappresenta dunque tuttora una sfida.

Il blocco stradale e gli scontri sono i principali strumenti di pressione sulla controparte. Meno sensazionale dello scontro, il blocco stradale può produrre maggiori danni economici, con il vantaggio di essere più sostenibile nel tempo e di comportare meno rischi di danni fisici a partecipanti e non. Poiché ferma la produzione di valore dall’esterno del posto di lavoro, il blocco è lo sciopero dei senza lavoro. Questi ultimi possono sfruttare i nervi scoperti della logistica per intasare la circolazione di merci strategiche e di conseguenza rallentare o azzerare la loro produzione. Per esempio, gli impianti della CPG hanno funzionato solo al 25% nel 2011, al 32-34% nel 2012, a poco meno del 50% nel 2013 e a poco più del 50% nel 2014 (3). Ma, a differenza dello sciopero, il blocco è illegale e quindi la sua praticabilità dipende direttamente dall’equilibrio di forze tra manifestanti e polizia.

Coloro che – come chi scrive – si riconoscono nella tradizione dei marxismi anti-lavoristi, saranno contrariati nel constatare che le proteste della gioventù precaria tunisina sono fortemente impregnate di etica del lavoro e che la rivendicazione chiave, assieme allo sviluppo locale, è quella del lavoro stabile. Quest’ultimo è spesso presentato come condizione necessaria per una vita degna, e uno dei più famosi slogan del sollevamento del 2011 era “Ettashghil istehqaq, ya issabat essoraq!” (“Il lavoro è un diritto, banda di ladri!”). Non bisogna esagerare nel prendere tali rivendicazioni per come si presentano, dopo tutto quello di cui la gente ha bisogno è il reddito regolare proveniente dal lavoro stabile più che il lavoro in quanto tale, tanto è vero che in molti hanno accettato dei posti di lavoro nel pubblico – elargiti come misura emergenziale – nei quali pare non ci sia granché da fare. Ma resta il fatto che, in un contesto nel quale l’esperienza quotidiana è quella di una scarsità diffusa, gli appelli al reddito garantito suonano alquanto inapplicabili.

Per sopravvivere, la gioventù precaria deve ricorrere a espedienti individuali o alla mobilitazione collettiva. Nel gennaio 2011, quest’ultima ha incontrato una forma-stato dittatoriale cristallizzata in una sclerotica rigidità istituzionale, e l’ha abbattuta grazie alla generalizzazione della proteste ad altri settori della popolazione. Ma il sollevamento non ha potuto invertire il trend globale verso la ri-precarizzazione, e il rallentamento della crescita economica che lo ha seguito ha peggiorato la situazione. Blocchi dei treni di fosfato a Gafsa, copertoni che bruciano nelle campagne di Sidi Bouzid, presidi nella sede del governatorato della frontaliera Kasserine, cassonetti a fuoco nelle banlieues di Tunisi, occupazioni di oasi a Kebili… Molte delle pratiche e delle rivendicazioni emerse nel 2008 ed esplose nel 2011 continuano a tenere in vita le aspirazioni alla dignità e alla giustizia della tentata rivoluzione. Le delusioni degli ultimi anni sono state amare, ma il futuro non è scritto.

NOTE

(1) http://www.globalproject.info/it/mondi/tunisia-la-societa-civile-in-difesa-delloccupazione-di-jemna/20359

(2) Dhaoui, Mohamed F., 2008, La construction sociale de l’identité ouvrière au sud ouest tunisien : Le cas des mineurs de la compagnie des phosphates de Gafsa, tesi di master all’Università di Tunisi.

(3) Hibou Béatrice, 2015, “Le basin minier de Gafsa en déshérence: Gouverner le mécontentement social en Tunisie”, in L’État d’injustice au Maghreb: Maroc et Tunisie a cura di Irene Bono, Béatrice Hibou, Hamza Meddeb e Mohamed Tozy, pp. 257-343, Paris: Karthala.

 

L’articolo orginale è apparso il 25 gennaio 2017 su effimera.org