Il punto a Tunisi sulle migrazioni nel Mediterraneo

AM_20170923_120128-800x400

l panel alla conferenza di Tunisi con le Ong attive nel soccorso nel Mediterraneo, tra cui Sea Watch, MSF e Jugend Rettet (foto: Marta Bellingreri)

Marta Bellingreri

Se il rubinetto è rotto e perde acqua, l’idraulico può venire ad aggiustarlo; o può invece chiudere l’acqua per evitare la perdita e dare delle bottiglie d’acqua da tenere a casa, facendo finta di aver riparato il danno”. Così Blamasi, presidente dell’associazione Union des Leaders Africains, descrive le politiche europee nei confronti dell’Africa. “L’Europa continua a mettere un tappo ai problemi di cui è responsabile, senza risolverli, ma solo aggravandoli”. Originario della Costa d’Avorio, Blamasi vive da molto tempo in Tunisia e da anni è attivo per i diritti di altri cittadini africani – che persino qui faticano per ottenere i documenti – insieme all’Association des Etudiants et stagiares africains en Tunisie, che si occupa più in particolare degli studenti.

Entrambe le associazioni sono state fra le protagoniste della due giorni di conferenza Migration Movements around the Mediterranean – Realities and Challenges, organizzata da Alarm Phone Tunisia, un gruppo di attivisti che si è da poco registrato come associazione nel paese e che fa parte del più vasto collettivo transnazionale Watch the Med-Alarm Phone (WTM-AP). Il loro lavoro si concentra su un telefono di allarme per le persone in viaggio e in difficoltà nel Mar Mediterraneo sulla rotta per l’Europa, attivo 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Una rete di attivisti da Marocco, Spagna, Francia, Tunisia, Italia, Germania, Svizzera, Olanda, Turchia, Grecia ed Egitto si divide infatti tre turni giornalieri di otto ore ciascuno per essere sempre disponibili e monitorare i viaggi delle diverse rotte mediterranee di chi chiama. Il 3 ottobre la rete di Alarm Phone ha compiuto tre anni, essendo nata proprio nell’anniversario di una delle più grandi stragi del Mediterraneo, avvenuta di fronte alle coste di Lampedusa.
Alarm Phone Tunisia ha organizzato la conferenza con il sostegno dell’ufficio Nord Africa a Tunisi della fondazione tedesca
 Rosa Luxemburg, per mettere in relazione le reti e le associazioni dei paesi del Nord Africa con il pubblico tunisino e riflettere sui recenti sviluppi che riguardano i movimenti migratori nel Mediterraneo e le continue violazioni dei diritti.

Cosa è cambiato dal 2011 a oggi

La prima conferenza sulle migrazioni nel Mediterraneo in Tunisia a cui avevo partecipato si era svolta nel settembre 2011. Storie Migranti, che da mesi faceva ricerca e tesseva relazioni dalla capitale fino all’allora campo profughi di Choucha, mi aveva invitata a parlare della situazione a Lampedusa e in Sicilia, soprattutto quella dei minori non accompagnati. Dopo che nei mesi precedenti avevo visto arrivare e conosciuto centinaia e centinaia di tunisini, ricordo il dispiacere nel trovare a quei due giorni di conferenza un pubblico di non più di una trentina di persone, metà delle quali erano i relatori invitati.
Sei anni dopo, di cui due che ho trascorso proprio in Tunisia, mi trovo invece a una conferenza in cui 150 persone riempiono una grande sala dell’Hotel Africa, sulla centrale Avenue Bourghiba. Associazioni, ricercatori, giornalisti, cittadini interessati e i tanti volontari che hanno lavorato per organizzare la due giorni. E oggi come sei anni fa, sono presenti le famiglie, soprattutto
 le madri, dei dispersi in mare: continuano a chiedere giustizia e vogliono sapere dove sono finiti i loro figli. Nonostante le frontiere restino chiuse e le persone continuino a morire in mare e su diverse frontiere terrestri, qualcosa è cambiato dalla mia prima conferenza a oggi. È la presenza, l’attenzione e la cura di tanti cittadini, associazioni, attivisti, e con diverse contraddizioni anche i media; di chi si dedica al tema della migrazione cercando di mettersi in gioco per venire incontro alle persone in viaggio, di aver cura delle storie e anche della memoria di chi ha perso la vita. Viene infatti subito presentato al primo panel il progettoMissing at Borders, che raccoglie testimonianze delle famiglie dei dispersi. Hatem Ghribi, ideatore del progetto, dice: “vogliamo raccogliere testimonianze non soltanto in Tunisia – andremo fino in Mali per creare un archivio di memoria, un database con tutte le informazioni sui dispersi in mare”. Hatem è originario di Sfax, nel sud della Tunisia, ma oggi è residente a Strasburgo. Anche lui membro del gruppo Alarm Phone, non è l’unico della rete a venire in prima persona da un percorso di migrazione.

Tunisi, 22 settembre 2017. Perfomance di strada in Avenue Bourghiba per ricordare le morti in mare durante la conferenza sul Mediterraneo (foto: Marta Bellingreri)

Tunisi, 22 settembre 2017. Perfomance di strada in Avenue Bourghiba per ricordare le morti in mare durante la conferenza sul Mediterraneo (foto: Marta Bellingreri)

Le voci della conferenza

Damas, che è originario del Camerun, e lì è stato rimpatriato dopo tre mesi di detenzione in Marocco, e Abubakr, della Guinea Conakry, che invece vive tuttora in Marocco dove monitora da Nador quel che accade sulla frontiera, condividono i loro percorsi di migrazione con il pubblico. “Non pensavo di passare dieci anni della mia vita da migrante per poi ritrovarmi di nuovo in Camerun”, dice Damas. “Ho vissuto, lavorato e viaggiato da migrante, ho passato pure il carcere solo perché volevo migrare… Non credevo che l’esperienza della migrazione avrebbe occupato tanto tempo della mia vita”. Oggi Damas è attivo nella rete transnazionale e vorrebbe che anche nel suo paese si parlasse di più di migrazione: cause, viaggi e conseguenze. Abubakr, invece, è rimasto in Marocco ed è uno dei punti di riferimento per chi decide di mettersi in mare, soprattutto quest’anno in cui è molto cresciuto il numero delle partenze verso le coste spagnole. “Ho passato settimane nella foresta di Gourougou per condividere quello che vivevano i miei amici e compagni africani”, racconta Abubakr. “Solo vivendo così insieme a loro si possono capire le ragioni delle partenze e il desiderio di proseguire per l’Europa, le nostre difficoltà, i rischi”. Abubakr, in rete con Alarm Phone, cerca di assicurarsi, all’avviso di una partenza, che i migranti arrivino sani e salvi dopo il viaggio in mare.

Altra voce del Marocco alla conferenza è lo storico attivista di Oujda, Hassane Ammari, che oggi fa a sua volta parte di Alarm Phone; per via della posizione di frontiera della sua città, è il punto di riferimento per chi invece passa dall’Algeria verso il Marocco: “ho sentito partorire una donna siriana al telefono, ero io stesso a dirle cosa fare”, racconta. “Per due mesi, una trentina di rifugiati siriani sono rimasti abbandonati alla frontiera tra Marocco e Algeria. Ma questo è solo l’ultimo terribile esempio di tutta la violenza che esiste tra una frontiera e l’altra”. Hassane ci racconta che fra i due paesi non soltanto c’è un muro, ma anche una fossa profonda cinque metri e larga altrettanti al di sotto del muro. “Negli ultimi mesi sono morte in questa fossa due persone che cercavano invano di arrampicarsi per superarla, nel caldo del nostro deserto. Ho contato io stesso nove telecamere nel tratto che ho percorso”. E a proposito di deserto, sempre Hassane annuncia l’esistenza di lavori in corso da diversi mesi – un primo incontro si è tenuto a Niamey, in Niger, lo scorso dicembre, il secondo a maggio a Ouagadougou, in Burkina Faso – per capire tramite l’ascolto e la discussione con diversi attori della società civile se si possa creare un Alarm Phone Sahara, che come il suo pari nel Mediterraneo possa diventare uno strumento utile per salvare vite nel mare del deserto.

Focus sulla Libia

La seconda giornata di lavori inizia con uno dei panel più attesi e importanti, quello sulla Libia. È la giornalista Nancy Porsia ad aprire gli interventi, ripartendo dall’arrivo dei siriani in Libia alla fine del 2012, quando nasceva il “servizio” offerto dagli smugglers per chi voleva attraversare il mare, che in pochi anni si sarebbe trasformato in un traffico vero e proprio, con reti che si estendono in più paesi e su più tappe, a ognuna delle quali i migranti devono pagare di nuovo. Altri due giornalisti freelance, Mathieu Galtier e Maryline Dumas, arrivano alla conferenza direttamente dalla Libia. Mathieu ci parla degli attuali scontri tra milizie a Sabratha, dei combattimenti nel centro della città (alcuni migranti marocchini bloccati lì da metà settembre confermano che gli scontri sono ancora in corso), e del teatro antico colpito da un missile. Nella situazione di caos permanente, continua Mathieu, “pirati” e pescatori si sono recati con le loro barche vicino a quelle dei migranti ancora vicine alle coste libiche, minacciando i migranti di rubare loro il motore e sgonfiare il gommone con un colpo di coltello se non avessero ceduto il denaro che avevano con sé. Dopo questo quadro drammatico sulla Libia, è Mohannad dell’associazione At-wellol di Zuwara a chiudere con un lume di speranza: il lavoro della società civile che opera per la cultura e la pace.

La questione dell’attacco alle Ong che salvano vite in mare

E dalle coste libiche si passa al panel successivo, ovvero alle navi delle organizzazioni che hanno operato nel Mediterraneo centrale in soccorso alle imbarcazioni in difficoltà: Msf, Sea Watch, Jugend Rettet. Grande merito di Alarm Phone Tunisi è stato proprio quello di far incontrare tutte insieme nella stessa sala tante persone coinvolte da questi movimenti africani e mediterranei: da chi è stato vittima di tratta, come Vivienne della Costa d’Avorio, rimasta schiava in una casa al servizio di una famiglia nel sud della Tunisia (e a cui ora ha fatto causa), a chi ha perso i figli in mare, fino a chi ha fatto di tutto per salvare delle vite, finendo sotto indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – come l’Ong tedesca Jugend Rettet, ultimo capro espiatorio di una campagna di criminalizzazione della solidarietà iniziata mesi fa e sviluppatasi soprattutto in Italia, che all’inizio di agosto ha portato al sequestro della nave Iuventa.

Le politiche dei grandi partiti

Il pomeriggio finale vede chiamati in causa gli attori istituzionali, rappresentanti e consiglieri presso il Parlamento europeo: tra l’intervento del giornalista e ricercatore tedesco-algerino Sofian Philip Naceur e quello dell’attivista per i diritti umani marocchino Ghassane Koumiya, sono presenti Nazanin Sepehri, consigliera al Parlamento Europeo per lo Swedish Left Party, e Íñigo Echeverria-Torres, consigliere su migrazione e diritti fondamentali del gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Politiche europee verso i paesi mediterranei, accordi di partnership fra Ue e paesi del Nord Africa, strategie delle politiche migratorie: ad ascoltare loro, che criticano fortemente l’istituzione all’interno della quale si trovano a operare, sembra proprio che chi è dalla parte delle persone sia una minoranza impotente, e che le proposte avanzate, per esempio sul budget destinato alla militarizzazione del Mediterraneo, vengano regolarmente respinte dai grandi partiti. “Fa parte di una politica specifica creare la percezione che raggiungere l’Europa, e restarci, è difficile”, dichiara Nazanin Sepehri. “Ma voi usateci”, aggiunge, “usateci per avanzare proposte, usateci per raccontare il lavoro che fate. Approfittate di noi, anche se gli spazi di resistenza all’interno dell’Unione europea sono sempre più piccoli”.

Di speranza che non muore e viaggi disperati

A conclusione di queste due giornate pienissime, ci spostiamo nella Medina di Tunisi per la proiezione del documentario Kannouta, in cui si mescolano le voci di giovanissimi tunisini e quelle degli smugglers, fra quartieri popolari della capitale e coste splendide sul Mediterraneo, così vicine alla Sicilia. “Il visto negato, la mancanza di lavoro… Che cosa resta a noi giovani? Lasciateci almeno sognare di raggiungere un luogo migliore”, si sfoga al dibattito quasi urlando, in un inglese perfetto, una ventenne tunisina che lavora come volontaria alla conferenza. E di nuovo infatti, dalle coste tunisine si parte: solo negli ultimi tre mesi sono arrivate in Sicilia dalla Tunisia tremila persone. Lo sa bene Chamseddine Marzoug, il pescatore di Zarzis, volontario della Mezzaluna Rossa tunisina, che da anni raccoglie i cadaveri portati dal vento e dal mare per dare loro una degna sepoltura. Negli ultimi due anni, Chamseddine ha visto partire entrambi i suoi giovani figli maschi, a sua insaputa. “Mio figlio ha 17 anni e cinque mesi, mi ha chiamato ieri da Lampedusa”, mi racconta. “A casa non mi resta che una figlia”.

L’articolo originale è apparso il 10 ottobre 2017 sul sito Open Migration